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Fuori dal coro, Anna Cisint contro la minaccia islamica: "Sono entrati ovunque"

Foto: Mediaset

Ignazio Riccio
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Nel dibattito sempre più acceso sul tema dell’immigrazione, dell’identità culturale e della sicurezza nazionale, tornano a far discutere le parole pronunciate da Anna Cisint nel corso della trasmissione “Fuori dal coro”, condotta da Mario Giordano su Rete 4. Un intervento che, per toni e contenuti, si inserisce pienamente nel filone delle voci più critiche verso l’attuale gestione dei flussi migratori e dell’integrazione culturale in Europa e che ha riacceso una frattura ormai evidente nel dibattito pubblico italiano. Cisint, già sindaca di Monfalcone e figura politica spesso in prima linea sul tema dell’integrazione delle comunità straniere, ha utilizzato parole forti per descrivere quella che considera una trasformazione in atto nella società italiana. In apertura del suo intervento ha dichiarato: “La minaccia non è futura, è presente. Sono ovunque e noi dobbiamo difenderci”. Una frase che sintetizza in modo netto la sua lettura del fenomeno migratorio e culturale, interpretato non come semplice questione sociale ma come un processo di cambiamento profondo e già in corso. Nel confronto con il conduttore, che le ha chiesto di chiarire a cosa si riferisse parlando di “minaccia”, Cisint ha risposto con un passaggio altrettanto diretto: “La sottomissione di un Paese che, mollo, ha fatto retromarcia, ha fatto entrare chi vuole sostituirci. È per questo che noi combattiamo e dobbiamo farlo tutti insieme perché ormai è urgente”.

 

 

 

 

Parole che richiamano esplicitamente il tema della perdita di identità nazionale e culturale, un argomento sempre più centrale nel dibattito politico europeo e spesso al centro delle posizioni dei movimenti e delle aree conservatrici. L’ex sindaca ha poi insistito sull’idea di una presenza capillare e, a suo avviso, poco controllata di messaggi incompatibili con i valori occidental. “La minaccia non è futura, è presente – ha continuato – Sono entrati ovunque, nelle scuole, nelle moschee, dove predicano quella roba lì, ma lo predicano ovunque, predicano la sottomissione, l’odio verso l’Occidente, l’odio verso noi cristiani”. Un passaggio che ha immediatamente polarizzato il dibattito, riaccendendo il confronto tra chi denuncia il rischio di radicalizzazione culturale e religiosa e chi, al contrario, invita a distinguere tra integrazione, libertà di culto e fenomeni estremisti. Nel suo intervento, Cisint ha poi ribadito la necessità di una risposta politica e sociale più decisa, sottolineando quello che definisce un senso di urgenza ormai non più rinviabile: “È obbligatorio che ci difendiamo, è obbligatorio che lottiamo contro questa sottomissione e grazie per quello che fate”. Le dichiarazioni si inseriscono in un clima politico europeo sempre più segnato dal tema dei confini, dell’identità e della sicurezza culturale, con una crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica verso le conseguenze dei processi migratori e delle politiche di integrazione. Nel mondo politico italiano, il caso riporta al centro una domanda che divide da anni maggioranza e opposizioni: fino a che punto l’integrazione può essere considerata un processo neutro, e quando invece diventa una trasformazione irreversibile dell’identità nazionale? Un interrogativo che, al di là delle polemiche, continua a occupare stabilmente il dibattito pubblico.

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