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E' sempre Cartabianca, Giordano su caso Ramy: "Non paralizziamo chi protegge i cittadini"

Foto: Mediaset

Ignazio Riccio
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Su Rete 4 il giornalista Mario Giordano è intervenuto nel programma di approfondimento politico “E' sempre Cartabianca”, condotto da Bianca Berlinguer, tornando a parlare delle frasi pronunciate dai carabinieri coinvolti nel cosiddetto caso Ramy. Le dichiarazioni hanno immediatamente riacceso il dibattito sulla gestione degli inseguimenti urbani da parte delle forze dell’ordine e sul delicato equilibrio tra sicurezza pubblica e diritti dei cittadini.

“Io penso che siano le frasi di persone esasperate, come lo sono oggi le nostre forze dell’ordine”, ha detto Giordano, riferendosi agli audio diffusi nei giorni scorsi. “Non sono più messe nelle condizioni di difendersi, di difendere e quindi di difenderci”. Il giornalista ha aggiunto: “Se si contesta il diritto di fare un inseguimento quando c’è una persona che forza il blocco, beh, questo è un errore. Non possiamo fermare le forze dell’ordine davanti a chi mette in pericolo la vita degli altri”.
Giordano ha poi sottolineato la complessità della vicenda: “Ovviamente dispiace sempre quando una persona muore – ha aggiunto – ma dobbiamo pensare anche a chi guidava quella moto”. E ha continuato: “Fra l’altro, come diceva correttamente il servizio, chi guidava il mezzo è stato di nuovo arrestato. Quindi Ramy sicuramente non sarà stato un delinquente abituale, chi guidava la moto evidentemente sì”.

 

 

 

 

Secondo Giordano, la reazione dei militari è comprensibile. “Se uno forza un posto di blocco, per me la polizia e i carabinieri lo devono seguire e devono fare di tutto per fermarlo, come in tutti i Paesi del mondo”. Ha ribadito più volte: “Le nostre forze dell’ordine non possono essere messe in condizione di dover temere le conseguenze ogni volta che fanno il loro lavoro. Non possiamo criminalizzare chi sta proteggendo i cittadini”.

Il suo intervento ha suscitato immediatamente reazioni contrastanti. Da una parte, sostenitori di una linea più dura nei confronti dei delinquenti sottolineano l’importanza di garantire piena libertà di azione alle forze dell’ordine, in situazioni di pericolo immediato. Dall’altra, critici e osservatori indipendenti mettono in guardia sul rischio di giustificare comportamenti eccessivi o potenzialmente letali e di minimizzare il dolore per la perdita di vite umane. Il dibattito politico è stato inevitabilmente influenzato dalla delicatezza del caso. Il sindacato dei carabinieri ha espresso solidarietà verso i militari coinvolti, sottolineando come “la pressione quotidiana e l’esposizione mediatica rendano il lavoro sempre più difficile e sotto scrutinio”. Alcuni esponenti di opposizione hanno invece definito il linguaggio utilizzato negli audio “inaccettabile” e hanno chiesto maggiore trasparenza nella gestione delle indagini interne.

La vicenda risale alla notte del 24 novembre 2024, quando Ramy Elgaml, un giovane di 19 anni di origini egiziane, perse la vita a Milano durante un inseguimento tra carabinieri e motociclisti. Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Milano, il ragazzo era a bordo di un motociclo che non si era fermato all’alt dei militari. L’inseguimento durò diversi chilometri e, durante la corsa, furono registrati momenti concitati che vennero poi diffusi attraverso telecamere di sicurezza e radio dei carabinieri. Le registrazioni audio, in particolare, mostrarono frasi pronunciate dai militari che suscitarono immediata polemica pubblica. Alcune di queste frasi furono interpretate come segno di esasperazione e frustrazione delle forze dell’ordine, altre come potenzialmente lesive della memoria della vittima. Il dibattito mediatico si è così intrecciato con quello politico, con giornalisti, editorialisti e opinionisti che hanno analizzato ogni parola dei militari, tra chi sottolineava la pressione del servizio e chi denunciava possibili abusi.

Nei giorni successivi all’incidente, la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio stradale con eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo il lavoro dei carabinieri ma ipotizzando una condotta sproporzionata durante l’inseguimento. Parallelamente, sono stati iscritti nel registro degli indagati altri militari per reati minori legati a falsità ideologica, cancellazione di video e false informazioni ai pm, mentre continuano le verifiche su eventuali responsabilità individuali.
Il caso ha avuto anche ripercussioni sociali significative: manifestazioni e proteste hanno coinvolto cittadini e associazioni per i diritti civili, richiamando l’attenzione sulla necessità di bilanciare sicurezza urbana e tutela della vita. Molti commentatori hanno evidenziato come episodi simili mostrino un problema più ampio, legato alle regole di ingaggio durante gli inseguimenti e alla formazione degli operatori in contesti ad alto rischio.

Il caso Ramy non è isolato: episodi di inseguimenti e incidenti durante l’attività di controllo urbano hanno portato molte forze politiche e sindacati delle forze dell’ordine a chiedere regole più chiare, protocolli più sicuri e strumenti legali che tutelino gli operatori. Allo stesso tempo, associazioni civiche e legali insistono sulla necessità di evitare escalation violente, soprattutto in città densamente popolate, e di garantire trasparenza e responsabilità in caso di incidenti.
Le parole di Giordano rientrano in questo contesto: “Non possiamo permettere che la paura di conseguenze giudiziarie paralizzi chi sta lavorando per la sicurezza dei cittadini”, ha ribadito, evidenziando come “la pressione mediatica e politica non deve diventare un ostacolo al dovere di protezione”. In conclusione, secondo Giordano, “capire le difficoltà delle forze dell’ordine non significa giustificare ogni azione, ma riconoscere che operano in condizioni sempre più complicate”.

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