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Trump, basta ipocrisie e politicamente corretto: colpo finale alla cultura woke

Roberto Arditti
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Guardato da questo lato dell’oceano Trump è un alieno, piombato sulla terra da un pianeta lontano. È una bomba verbale quella che scuote l’azzimata platea di Washington (che per tre quarti si alza in piedi più e più volte per applaudire), ma che ottiene lo stesso effetto in un bar del Texas come in una casa di riposo della Florida, in una fabbrica dell’Ohio o nel supermercato del Nevada.

Il discorso di Trump è semplicemente esplosivo, perché sgretola in una mezz’ora decenni di consuetudini oratorie retoriche e intrise d’ipocrisia, seppellendo così il "politically correct” sotto una valanga di critiche alla passata amministrazione e di annunci che dire rivoluzionari è poco.

 

Avremo tempo per entrare nel merito delle questioni sollevate dal nuovo inquilino della Casa Bianca: adesso dobbiamo fermarci al discorso, perché nessuno mai aveva osato tanto, nessuno è mai arrivato a dire da quel podio: «ci sono solo due generi, maschio e femmina», colpo mortale alla declinante e verbosa cultura "woke". Poi finisce la linea di continuità tra amministrazioni, perché Trump dice a chiare lettere che lui non ha nulla a che fare con chi lo ha preceduto; ma non riguarda solo Biden e Harris, investe un’intera classe dirigente di quel “Deep State” abituato agalleggiare da un Presidente all’altro conservando il proprio potere mascherato da sapiente amministrazione delle leggi e dei regolamenti.

Poi c’è una terza operazione sostanzialmente sconvolgente nella quale Trump dimostra di trovarsi a suo agio: la polverizzazione di alcuni capisaldi del pensiero dominante, primo fra tutti quello del “Green Deal”, che vienefatto a pezzi intorno al simbolo più solido dell’America novecentesca (che è quella di Trump, non va dimenticato), cioè l’automobile. Petrolio, industria, ricchezza, autovetture grandi e dai motori potenti: “America is Back” (era lo slogan di Biden), calza a pennello più per Trump che per il Presidente democratico, perché qui si cerca con insistenza il ritorno alle origini. Ma non è finita.

 

Trump incenerisce l’idea tradizionalmente “compassionevole” dell’uso della forza “Made in Usa”, relegandola ai workshop tra diplomatici di carriera. La “sua” America usa l’esercito per opporsi ai flussi migratori (alla faccia di tutti gli approcci tanto cari a Bruxelles), rivendica pieno diritto sul canale di Panama (cercando quindi lo scontro non con il piccolo Stato indipendente, ma con la Cina), cambia i nomi sulla carta geografica senza chiedere permesso (ritenendo ingiusto chiamare Golfo del Messico qualcosa che è più americano che messicano). È un’America che riparte dalla sua forza (anche militare, riferimento esplicito e articolato nel discorso) ma che intende concentrarsi su se stessa, mettendo nella lista nera tutti quelli che provano a mettersi di traverso (compresi i cartelli dei narcosi, anch’essi citati). Brava Meloni ad essere lì, bravo Milei nel fare lo stesso. Con questa America occorre la schiettezza dei rapporti diretti, vada avanti senza indugio il Primo Ministro italiano. Forse è la volta buona che si sveglia anche l’Europa, con quei palazzi pieni di ricamatori dello zucchero filato che si sentono statisti. 

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