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La lezione di Emma e quella (differente) di Marco sul conformismo del potere italiano

Daniele Capezzone
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C’è qualcosa che credo di sapere su Emma Bonino e sulla storia radicale. E c’è anche qualcos’altro che mi pare di aver compreso sulle abitudini dell’Italia «ufficiale», di un certo potere politico e mediatico.

Vorrei intanto ricordare un monito civile e umanissimo di Leonardo Sciascia, che dovrebbe essere scolpito nei nostri cuori: se i morti sono «pensionati della memoria», occorre «pensionarli di verità, non di menzogna». Cosa intendeva Sciascia? Il rispetto è sacrosanto: ma esige sincerità e assenza di untuose ipocrisie.

Se fanno orrore i talebani dell’odio, i pasdaran del risentimento (quelli che ancora ieri, sui social, insultavano la memoria di Emma con offese gratuite e sguaiate), mi fanno altrettanta paura - per tutt’altra ragione - quelli che ricostruiscono cose e persone in termini agiografici, costruendo «santini», «accomodando» eventi e circostanze, in genere in funzione di una propaganda di parte. Né gli uni né gli altri aiutano a capire, a orientarsi, a discernere.

Qui ci atterremo a un altro criterio: continuare a dire dei morti quello che si diceva su quelle stesse persone da vivi. E dunque dirò su Emma Bonino tutto il bene e anche il «meno bene» di cui sono onestamente convinto.

Il bene, intanto. Poche volte ho conosciuto persone dotate di maggiore determinazione, tenacia, costanza. «Cocciutaggine», anzi «tigna», scherzava lei. Gli inglesi, maestri di lingua e di pensiero, hanno un’espressione che usano per lo sport ma poi, metaforicamente, anche per tutt’altro genere di imprese: «snatch victory from the jaws of defeat», letteralmente «strappare la vittoria dalla fauci della sconfitta». Emma era questo: le sue conquiste erano spesso il frutto di una battaglia che a un certo punto sembrava perduta. Ma poi - ecco il tocco radicale - una superiore determinazione, la sua, procurava il miracolo. Un insegnamento per tutti.

 

 

Dirò anche il resto, però, il non buono, ciò che non mi ha convinto. Da almeno vent’anni, Emma Bonino aveva scelto molto più che una collocazione politica a sinistra: quella, ovviamente, legittima, ci mancherebbe, tanto quanto una di segno opposto. Aveva scelto - ecco il punto - di curvare la traiettoria radicale e di modellarla per renderla in tutto e per tutto compatibile con i gusti e l’«accettabilità» del conformismo progressista del potere italiano.

Ecco allora l’europeismo acritico; ecco le asprezze verso Berlusconi e il centrodestra (nonostante la nomina a Commissaria Ue, che aveva rotto un lunghissimo ostracismo antiradicale); ecco la progressiva attenuazione delle battaglie liberiste in economia; ecco la nascita di un partitino woke e politicamente corretto come Più Europa; ecco un legame internazionale sempre più stretto con George Soros che era divenuto la sua bussola geopolitica; ecco una selezione accorta del «dicibile» e dell’«indicibile».

Tutto comprensibile, sia chiaro: se il perimetro della praticabilità politica e culturale scelto da Emma aveva come riferimenti Prodi e D’Alema, Napolitano e Monti, Repubblica e il Pd, tutto ciò richiedeva necessariamente una scelta. Nulla che potesse «dispiacere» a quei mondi poteva restare in primo piano, per far posto a tutto ciò che era «compatibile» con quel contesto.

Sta qui, a me pare, rivista con occhi sereni e distanti nel tempo, la differenza di fondo, insieme umana e politica, rispetto alla traiettoria di Marco Pannella. Pure lui, a mio avviso, negli ultimi anni della sua vita, aveva purtroppo «selezionato» temi e parole sacrificando forse la parte più «scandalosamente liberale» (e dunque meravigliosa, a mio avviso) della sua avventura.

Ma in lui l’irriducibilità non conformista era totale, la non omologabilità rimaneva assoluta, così come l’indisponibilità a compromessi sui princìpi fondamentali. Non a caso, a sinistra, c’è stato rispetto post mortem, ma - a ben vedere fretta di dimenticarlo, di archiviarlo, di liquidare la pratica. Non era normalizzabile. E fu trattato di conseguenza.

L’Italia è così. Non basta vivere, devi pure morire dalla parte dei «buoni e giusti».

Una ragione di più, a me pare, per portare gran rispetto a tutti i morti, ma pure per combattere ancora con l’obiettivo di rendere l’«Italia ufficiale» meno conformista, meno schiacciata da una sola parte. Più liberale, più aperta, meno di sinistra.

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