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Conte Pinocchio sparge fumo e avvelena. Tutto quello che non torna

Daniele Capezzone

Sfuggente come un anguillone, ieri Conte ha confermato il peggio del suo repertorio. Da ormai 8 anni c'è una rete che lo protegge, lo tutela, lo scherma. Ma la sfida è aperta

Daniele Capezzone
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Carlo Collodi non è solo l'autore dell'immortale Pinocchio. Peraltro – vedi le ingiustizie della vita – quel grande italiano morì prima di poter assistere al successo planetario della sua opera. Ma Collodi, dicevo, è una figura di enorme interesse: patriota liberale, animato da ideali mazziniani e risorgimentali, sensibile conoscitore dell'animo umano. Prendi Mangiafuoco: ti insegna che non tutti quelli che sembrano cattivi o spaventosi lo sono davvero fino in fondo. Prendi il pesce-cane, che in Disney diventerà balena: il suo enorme ventre è «luogo» di passaggio, di morte e di rinascita. E così ogni pagina di Pinocchio è disseminata di simboli e significati profondi, ben oltre l’apparenza della costruzione fiabesca.


In questo quadro va collocato il delizioso (ma feroce) capitolo in cui il gatto e la volpe portano il povero Pinocchio in un luogo e cercano di convincerlo a piantare e innaffiare lì le sue monete d’oro, illudendolo che possa venir fuori un albero carico di zecchini. Tutti abbiamo in mente quelle pagine, ma quasi nessuno ricorda come Collodi chiamò quel luogo. Il nome è tutto un programma: «Acchiappacitrulli». Ecco, è passato molto tempo da allora, ma è come se gatto-volpe-Pinocchio si fossero riuniti in un solo Conte (nel senso di Giuseppe) pronto a condurre tutti noi in località Acchiappacitrulli.


Lo ha fatto con il superbonus (il suo «gratuitamente» è costato 170 miliardi), lo ha fatto con i lockdown più estesi d’Occidente (intimandoci la sera quel che avremmo potuto fare o non fare il mattino dopo), lo ha fatto con i banchi a rotelle. E ha provato a farlo ieri, come vi racconta il nostro Edoardo Romagnoli, quando finalmente ha dovuto mettere piede in Commissione Covid. Non solo non ha fornito spiegazioni convincenti praticamente su nulla (a partire dai maxiprofitti di 900 milioni, incassati non si sa da chi, sul mega-appalto di mascherine cinesi); non solo ha straparlato di Popper, Freud e Martin Luther King; ma addirittura ha provato ad avvelenare i pozzi (incassando una bruciante smentita in tempo reale dalla società Jc Electronics), a trasformare una testimonianza in un comiziaccio, a rivendicare una linea illiberale (direi più autoritaria che paternalistica) di compressione della libertà degli italiani. Un atteggiamento da vero e proprio «impunito». La stessa scelta di presentarsi con un enorme malloppone da leggere serviva esattamente a questo: a schermarsi, a proteggersi, a spargere l’ennesima cortina fumogena.


E qui siamo arrivati al cuore della questione. A ben vedere, infatti, resta un grande enigma rappresentato dal livello di tutela di cui il leader grillino ha potuto misteriosamente godere da almeno otto anni. L’Italia è un Paese difficile, pieno di insidie. Da trent’anni non c’è personalità pubblica, meno che mai politica, che possa dirsi immune da rischi, da colpi bassi, da attacchi mediatici o giudiziari o di entrambi i tipi. Tranne Giuseppe Conte. Curiosamente ma regolarmente, a favore del misterioso avvocato del popolo, scatta da anni una invisibile ma tenacissima rete di protezione. Accompagnata da un meccanismo altrettanto indecifrabile (ma efficace) per promuoverlo, per proporlo o per riproporlo, per candidarlo a tutto.


Prendi i primi mesi del 2018. Nessuno lo conosce. È in corso una campagna elettorale in cui tutti prevedono un successo dei Cinquestelle e della Lega, ma nessuno può immaginare che quelle due forze finiranno per convergere in un esperimento politico inedito. Eppure è in quel momento che lui per un verso viene scelto da M5S come uno dei professori «testimonial» della campagna grillina, mentre per altro verso prosegue il suo percorso professionale con rilevanti incarichi legali. Al punto che, mesi dopo, una volta divenuto premier, ci saranno occasioni in cui dovrà correttamente uscire per qualche momento dal Consiglio dei Ministri, per ragioni di opportunità, proprio per non occuparsi di temi che erano stati oggetto di un suo pregresso interesse professionale.


Ma rifacciamo un passo indietro. Le elezioni del 2018 alla fine si tengono, non emerge una maggioranza chiara, si susseguono estenuanti consultazioni al Colle, fino all’imprevedibile soluzione del governo gialloblù, con la nascita della maggioranza M5S-Lega. Per un paio di giorni aleggia l’ipotesi autorevole di Giulio Sapelli candidato premier. Poi - oplà - da un misterioso cilindro (di chi?) viene fuori lui, nell’incredulità generale. Ma Conte magicamente ottiene al Colle l’incarico, pur da sconosciuto totale: un’altra circostanza singolare e inedita, ripensandoci a posteriori.


Rimettete in fila tutte queste circostanze. Miracoli della politica? Miracoli dello studio Alpa? Miracoli del collegio religioso di Villa Nazareth? O magari no: chissà, tutto potrebbe essere stato frutto del caso e di un indubbio talento nel costruire relazioni. Però ecco, il dubbio resta: che ci siano stati ambienti (molto cattolici e molto laici, in curiosa convergenza) che lo abbiano «scelto» e «promosso» in una fase italiana confusa e di transizione.


E che poi lo abbiano protetto, accompagnandolo acrobaticamente in un passaggio dall’alleanza con Salvini a quella con il Pd. In una sola estate, non dimentichiamolo, Conte transita dalle conferenze stampa con in mano i cartelli a favore dei decreti Salvini alla convergenza con il Pd zingarettiano. E nessuno glielo rimprovera, anzi la cosa viene presentata come se fosse un’evoluzione politica naturalissima. Poi inizierà la vicenda Covid, con gli scandali e le ombre che sappiamo. E in parallelo una politica estera largamente antioccidentale (i russi che scorrazzano su e giù per l’Italia, Xi Jinping portato a Roma in processione, un asset filocinese infilato nel governo in posizione strategica, pur da sottosegretario), e però stranamente benedetta dal tweet di Trump dell’estate del 2019, nel pieno della controindagine in cui il tycoon sperava in un aiuto italiano. Prendete anche gli ultimi mesi: Conte sta letteralmente bullizzando la povera Elly Schlein, che neppure sembra rendersene conto, mentre svariate quinte colonne dentro il Pd lavorano per il grillino, che spadroneggia su tutto, dalla politica estera alla giustizia.


E anche sull’inchiesta legata alla gestione del Coronavirus, la rete di protezione era di nuovo scattata. Su tutto l’affaire Covid, si registrava una gran dormita delle procure italiane. Poi, tutt’a un tratto, gli «imprevisti»: la Commissione Covid ha lavorato bene, anzi benissimo. E allora è sorta l’esigenza di provare a censurarla. I cosiddetti «grandi giornali» hanno scritto il minimo indispensabile (nulla o quasi nulla quando proprio erano costretti). In tv, con un paio di eccezioni, l’ombrello protettivo si è riaperto.


Ma forse adesso c’è un varco, pur in piena estate. La tenacia di Fratelli d’Italia, la risposta dei Presidenti delle Camere all’appello de Il Tempo per convocare Conte, e infine l’audizione iniziata ieri aprono una fase che non va sprecata. Già ieri sera, nel breve spazio in cui è stato possibile porre domande, i parlamentari di FdI Buonguerrieri, Filini, Bignami (più Malan sui social) e la deputata Onori di Azione hanno infilzato l’ex premier, inchiodandolo a contraddizioni ed errori non scusabili. Lui gode ancora di protezioni e tutele inimmaginabili. Ma noi siamo tenaci, curiosi, appassionati. La partita è appena iniziata. A settembre si ricomincia.
 

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