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Giorgia Meloni contro la palude. Chi vuole affossare la nuova legge elettorale

Daniele Capezzone

Chi vuole affossare la nuova legge elettorale sa che, con la vecchia, non vincerebbe nessuno. E allora riecco i tecnici e il Pd al potere con i «professori». Giorgia Meloni è l'unica avversaria di questo disegno.C'è chi vorrebbe un governo debole e il prossimo Parlamento senza maggioranze forti per condizionare e pilotare la scelta del nuovo presidente della Repubblica

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I lettori de Il Tempo arrivano preparatissimi a questa delicata e torbida fase. Già da marzo (prima del referendum) avevamo usato l'immagine della "palude" che molto opportunamente è stata evocata l'altra sera da Giorgia Meloni. Perché questo rischio è così concreto?

Flementare, Watson: perché esiste (con e senza «regie» particolari: che ovviamente ci sono, ma il risultato può essere ottenuto in modo apparentemente casuale) una speranza che circola da mesi negli angoli meno illuminati dei palazzi romani. Si tratta della speranza di un governo Meloni indebolito e costretto a otto-nove mesi sulla difensi va. A quel punto, come conseguenza, ci sarebbe – ecco a cosa si punta – non una vittoria piena della sinistra nel 2027, quello sarebbe francamente troppo da ottenere, ma un pareggio-pantano. Gli inglesi parlano di «hung parliament», di parlamento sospeso in quanto privo di maggioranza.


Il mantenimento della vecchia legge elettorale è lo strumento «perfetto» per arrivare a quel risultato: a occhio e croce, il centrodestra vincerebbe nei collegi del Nord, ma perderebbe in quelli del Sud. Risultato? Nessuna maggioranza. Il seguito del film-horror lo immaginate già: estenuanti consultazioni al Colle, tentativi a vuoto, e poi l’inevitabile governo semi-tecnico, con il Pd che rientrerebbe dietro il paravento dei «professori».
In quel clima, nel 2029, avverrebbe anche la scelta del prossimo Presidente della Repubblica: escludendo, inutile dirlo, qualunque candidato di centrodestra. C’è anche chi si spinge a immaginare un incarico di governo a Paolo Gentiloni nel 2027 come premessa di una sua elezione al Colle nel 2029.


Giorgia Meloni è la naturale avversaria di questo scenario. E sarà bene che tutti a destra lo capiscano: solo lei può tentare di impedirlo.
E allora eccoci al «che fare» per determinare una scossa emotiva ed evitare il pantano. Primo: sicurezza e immigrazione. È lì che la sinistra va totalmente contromano, ed è lì che sta la maggiore (e fondatissima) paura degli italiani. Secondo: taglio di tasse per il ceto medio. Finora, anche comprensibilmente, si è pensato alle fasce più deboli.


Ma adesso il governo deve occuparsi anche dei propri elettori, del popolo dei 50mila euro lordi annui (e oltre), di quelle partite Iva che (dall’estate a fine anno) diventano povere e schiacciate dalle scadenze fiscali. Per fare tutto questo, occorre un contesto di comunicazione minimamente corretto. Il che ci riporta al tema televisivo. Altro che «Tele-Meloni». Accettare un altro anno di tv modello «tre contro uno» su quasi tutti i canali tv sarebbe un suicidio.
 

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