La ruota gira. Tutto quello che Giuseppi e Sigfrido non potevano ignorare
Giuseppe Conte e Sigfrido Ranucci, ciascuno a suo modo, sono due tipi a cui non sfugge uno spillo. Due tattici abilissimi, due navigatori abituati a elaborare scientificamente i propri calcoli sulla rotta da seguire, due giocatori di scacchi allenatissimi a intuire e ad anticipare le mosse altrui. E adesso però noi dovremmo credere che, come se i nostri eroi fossero due ingenue imitazioni di Cappuccetto Rosso, siano stati divorati dal lupo cattivo senza rendersi conto di rischi e pericoli?
Ricapitoliamo. Conte, nella migliore delle ipotesi per lui, non dovrebbe essersi accorto almeno di sette cose. Primo: non dovrebbe essersi accorto del più grande appalto nella storia della Repubblica, del valore di 1 miliardo e 251 milioni, e tantomeno di qualunque anomalia sui prezzi finali pagati. Secondo: non dovrebbe essersi accorto della mancata attivazione dei controlli da parte di Corte dei Conti e Anticorruzione. Terzo: non dovrebbe essersi accorto del carattere non a norma di moltissime di quelle mascherine, pur comprate a carissimo prezzo. Quarto: non dovrebbe essere stato messo in allarme dal capo delle Dogane (nominato da lui). Quinto: non dovrebbe essere stato allertato dai responsabili dei Servizi in quel momento (essendo lui pure l'autorità delegata per l'intelligence). Sesto: non dovrebbe essere stato avvisato dal suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro. Settimo: parallelamente, non dovrebbe aver saputo niente di come si comportavano, secondo le accuse a loro carico, i suoi ex colleghi di studio che avrebbero rivolto richieste anomale a una serie di imprenditori.
Delle due l'una: o qualcuno ci sta imbrogliando selvaggiamente, oppure, se tutta questa sfilza di mancate attività e controlli è effettivamente avvenuta (e con la buona fede che dobbiamo sempre presumere), allora siamo di fronte a una gestione improntata a una ridicola e spaventosa incapacità politica.
E veniamo adesso al valoroso Ranucci, il conduttore di Report dal nibelungico nome Sigfrido. Lasciamo da parte l'ordigno sistemato, secondo l'accusa, da Lavitola e dai suoi compari: in questa fase e a questo stadio dell'inchiesta, non ce la sentiamo proprio di dire che Sigfrido sapesse. Ci mancherebbe. Ma anche per lui, come abbiamo fatto per Conte, elenchiamo le altre sette cose delle quali Ranucci dovrebbe non essersi accorto.
Primo: non dovrebbe essersi accorto dei servizi di Report sul tema del carbon credit, al quale (coincidenza) Lavitola era interessatissimo. Secondo: non dovrebbe essersi accorto degli attacchi di Report ai meloniani del Lazio, in curiosa (e magari assolutamente non collegata) coincidenza con presunti interessi energetici di Lavitola nel territorio della regione. Terzo: non dovrebbe essersi accorto dell'attivismo di Lavitola in vista della puntata sul Cantiere navale Vittoria di Rovigo. Quarto: non dovrebbe essersi accorto delle insinuazioni di Report contro il deputato Gimmi Cangiano. Quinto: non dovrebbe essersi accorto della sua (di Sigfrido stesso) scenetta in Commissione contro il sottosegretario Fazzolari. Alla domanda del senatore Scarpinato (proprio lui) su un presunto ruolo di Fazzolari addirittura come mandante di pedinamenti, Sigfrido rispose domandando di spegnere i microfoni e chiedendo di secretare la seduta, con ciò inevitabilmente scatenando fantasie e sospetti. Sesto: non dovrebbe essersi accorto dei suoi attacchi a Il Tempo e ai giornali del gruppo Angelucci, additati come responsabili di un clima negativo nei suoi confronti. Settimo: non dovrebbe essersi accorto, oltre agli innumerevoli pranzi e cene in cui si attovagliava con Lavitola, delle occasioni in cui il faccendiere lo raggiungeva alla Rai.
Capite bene che anche in questo caso il dilemma è binario (o cornuto, fate voi): i fatti sono tutti da accertare e noi non abbiamo alcuna sicurezza, anzi siamo e restiamo garantisti, ma o Sigfrido è fuori forma e perde colpi (tutto è possibile), oppure pensa che ad essere fuori forma e a perdere colpi siamo noi che lo seguiamo.
Con queste premesse, con quale faccia lui e e i suoi invitati potranno andare avanti a forza di sorrisini e allusioni, nelle prossime settimane e mesi, rimproverando a qualcuno presunte cattive compagnie o colloqui inopportuni? A proposito. A noi il teorema "non poteva non sapere" fa orrore. Ma è esattamente quello che questi signori hanno per vent'anni scagliato contro Silvio Berlusconi. Se ne sono dimenticati? Noi no.
Dai blog
Geo-podcasting, ecco la realtà aumentata con suoni e voci
Francesca Michielin: "Sui social la nuova caccia alle streghe"
L'annuncio di Fausto Lama: "Coma_Cose? Non escludo il ritorno"