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Dassilva assolto. Ora risparmiateci i tribunali dei talk in stile Garlasco

Alessio Gallicola
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L’assoluzione dell’unico imputato per l’omicidio di Pierina Paganelli chiudeunafase giudiziaria, ma ne apre immediatamente un’altra: quella mediatica. Ed è proprio qui che bisognerebbe fermarsi un attimo e porsi una domanda semplice. Davvero vogliamo assistere all’ennesima replica del caso Garlasco? Davvero vogliamo trascorrere i prossimi mesi, o peggio i prossimi anni, tra talk show, plastici, esperti autoproclamati, criminologi da palinsesto, opinionisti a gettone e ricostruzioni sempre più fantasiose alla disperata ricerca di un colpevole che le sentenze non hanno individuato?

Perché il rischio è esattamente questo. E chi ha memoria di ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni sa bene di cosa stiamo parlando. Il caso Garlasco è diventato molto più di una vicenda giudiziaria: è diventato un format televisivo. Una storia consumata fino all’ossessione, trasformata in prodotto da audience, con intere trasmissioni costruite sull’idea che una sentenza non basti mai, che ogni conclusione debba essere rimessa continuamente in discussione e che la verità possa emergere più facilmente in uno studio televisivo che in un’aula di tribunale.

 

Il punto è che i processi indiziari, per loro natura, lasciano sempre spazio ai dubbi. Quando mancano prove schiaccianti e la ricostruzione si fonda su una serie di elementi da interpretare, la certezza assoluta diventa un obiettivo quasi impossibile.È una realtà scomoda, ma è così che funziona il diritto in uno Stato democratico. E proprio perché il dubbio esiste, la legge impone che esso giochi a favore dell’imputato, non contro.

Eppure, ogni volta che emerge un caso mediaticamente potente, sembra che questa regola elementare venga dimenticata.

Parte immediatamente la caccia al colpevole. Non alla verità, al colpevole. Due concetti che non sempre coincidono. Si costruiscono narrazioni, siselezionano dettagli, si alimentano sospetti e si trasformano persone in personaggi. A quel punto il processo vero passa in secondo piano e prende il sopravvento quello televisivo, che non ha regole, non ha garanzie e soprattutto non ha conseguenze per chi sbaglia.

 

Per questo l’assoluzione di Louis Dassilva dovrebbe suggerire prudenza, non nuove speculazioni. Dovrebbe indurre a riconoscere che esistono vicende nelle quali la verità giudiziaria può non coincidere con le aspettative dell’opinione pubblica. E che il compito della giustizia non è soddisfare la curiosità collettiva o l’esigenza emotiva di trovare a tutti i costi un responsabile.

La morte di Pierina Paganelli merita rispetto. E il rispetto comincia da una scelta molto concreta: evitare che questa tragedia diventi l’ennesima serie televisiva senza fine. Evitateci i dibattiti urlati, le analisi infinite del nulla, i tribunali paralleli costruiti nei talk show e le sentenze emesse da chi non ha letto una riga degli atti ma pretende di sapere tutto. Evitateci un nuovo Garlasco.

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