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Ravenna e non solo, se non è associazione a delinquere questa... Per un 2 giugno senza retorica

Foto:  Il Tempo 

Daniele Capezzone
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Siamo giunti alla quarta puntata della nostra inchiesta, e l’edizione di oggi de Il Tempo è centrata su un interrogativo e una sollecitazione agli investigatori. Finora sono stati contestati ai medici responsabili delle presunte condotte illegali due reati: falso ideologico e interruzione di pubblico servizio. Ma dovrebbe a nostro avviso scattare un’ulteriore e più grave contestazione: l’associazione a delinquere. Prendete le famigerate chat: si trovano messaggi del tipo “dobbiamo fare più attenzione”e “gli facciamo il c... a questi sbirri”. Ora, intollerabili volgarità a parte, appare evidente che non siamo di fronte a comportamenti isolati, ma a un sodalizio di medici che, al fine di emettere falsi certificati, agiva in modo stabile nel tempo e con organizzazione e coordinamento, inclusa l’apertura di gruppi su Whatsapp. Dunque, le condotte erano sistematiche, erano reiterate nel tempo, e gli indagati si erano organizzati in forma di sodalizio stabile, e non agivano solo momentaneamente e occasionalmente. Ora, se non è associazione a delinquere questa, in quale altro caso dovrebbe essere contestato l’articolo 416 del Codice penale?

Cambiamo discorso. Oggi è 2 giugno, e qui auspicheremmo una ricorrenza senza eccessi di retorica. C’è una tendenza della cultura cattocomunista a far credere che l’Italia sia nata soltanto il 2 giugno del 1946, e che prima non ci sia stato nulla: con una assurda “cancellazione” dalla memoria storica dell’Italia liberale, risorgimentale e prefascista. Non solo: anche sulla monarchia servirebbe un discorso storicamente meno pregiudiziale. Certo che viviamo in una Repubblica (pur scaturita da un referendum che generò discussioni e contestazioni, come si sa); certo che abbiamo alle spalle prove novecentesche non lusinghiere della nostra passata monarchia; e certo che pesa la necessità (comprensibile e condivisibile) di denunciare le responsabilità di Casa Savoia nella stagione fascista, con particolare riferimento alla vergogna incancellabile delle leggi razziali. Ma questo non dovrebbe farci “retrodatare” abusivamente la condanna o comunque una sorta di oblio. Seppellendo sotto una ingiusta coltre di silenzio pure la stagione in cui la monarchia aveva invece fornito eccellente prova di sé: la nascita dello Stato unitario, il Risorgimento, la parabola dell’Italia liberale prefascista.

Inutile far finta che non sia così: ai comunisti (e pure ai cattocomunisti) il ricordo di quella stagione liberale antecedente al fascismo non è mai piaciuto. E - in modo subliminale ma sistematico - una certa pubblicistica ama parlare solo della fase successiva al 1946, e quindi della “Repubblica nata dalla Resistenza”, della “Costituzione più bella del mondo”, con ricostruzioni e teorizzazioni spesso forzate, discutibili, autoconsolatorie e in qualche caso perfino autoassolutorie. Tutto ciò fa sì che un dibattito sulla monarchia oggi appaia lontanissimo dal sentire comune. Anche involontariamente, direi meccanicamente, si è portati a immaginare le monarchie (tutte le monarchie) come fenomeni fuori dalla storia, impensabili, retaggi del passato. Ma come: un sovrano per diritto familiare e di sangue? A pensarci meglio, però, le cose sono più complesse: anche perché, a partire dal Regno Unito, alcune monarchie sono state storicamente capaci di aiutare il loro paese a resistere agli incubi del Novecento.
Ma c’è di più: tuttora, quando funzionano, le monarchie sono per definizione l’istituzione che cuce la storia di una nazione, che tiene insieme passato e presente, un bastione della tradizione e insieme un elemento di modernizzazione, accompagnando dolcemente le trasformazioni della società, incoraggiandole e insieme rispecchiandole. Ovvio che in politica a decidere sia il Parlamento, in base al voto dei cittadini.

Dalla Magna Charta in poi, i britannici hanno spiegato al mondo cosa siano le istituzioni rappresentative e quanto sia sana la limitazione del potere. Ma è significativo che, al di là della contesa politica, ci sia un punto (un luogo “simbolico”) capace davvero di esprimere unità, senso di appartenenza e condivisione. Molto più di quanto possano farlo le repubbliche dei partiti, o cariche istituzionali monopolizzate da uomini di fazione, che difficilmente – nonostante la cosiddetta “grazia di stato” – possono essere o apparire o diventare del tutto “terzi”. E con un felice paradosso proprio la monarchia, oggi, esprime bene quel senso di limitazione del potere assoluto che la Magna Charta volle introdurre per arginare il sovrano. A parti invertite, adesso è proprio l’istituzione monarchica a ricordare ai politici pro tempore al potere che non hanno “controllo totale”, che sopra di loro ci sono princìpi e istituzioni che dureranno anche dopo ogni singola stagione di governo, che in un’elezione non c’è in palio “tutto”.

È evidente che il Regno Unito abbia una storia del tutto peculiare, ben diversa da altre monarchie e altre case reali. Ma sarebbe il caso di discutere laicamente anche di questi temi, senza pregiudizi, senza schemini precostituiti. Pensate alla “performance” della nostra Repubblica e delle sue istituzioni: in tutta sincerità, possiamo dire di essere davvero uniti, al di là delle sane e fisiologiche divisioni politiche? Ci sono legami profondi che ci facciano sentire tutti parte di qualcosa di comune? Ci sono vincoli che ci aiutino a rendere più accettabile l’idea di poter perdere un’elezione e di essere governati dagli altri, da chi ci è più lontano, senza timori e con autentica fiducia? Con onestà intellettuale, si fa fatica a rispondere tre volte “sì” e senza incertezze a queste domande. Ciò detto, buon 2 giugno e buona festa della Repubblica. Ma senza esagerare con la retorica.

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