Capezzone: a cosa serve Il Tempo. Ma quanto fa male vedere troppe cose in anticipo
Questa mattina il nostro giornale vi racconta un incubo, un autentico film dell’orrore: una povera donna colombiana sequestrata, drogata, stuprata per tre interminabili giorni a Tor Cervara da un branco di clandestini dentro uno stabile abbandonato divenuto un ricettacolo di sbandati e criminali. Il 19 maggio scorso, dieci giorni fa, avevamo sollevato il caso Tor Cervara (trovate la pagina de Il Tempo: carta canta, come si dice), dando voce alla sacrosanta e giustificatissima paura dei residenti. Così come l’11 dicembre scorso (di nuovo: avete tutto sott’occhio nell’edizione di oggi) avevamo titolato «Roma caput stupri»: numeri e precedenti parlano purtroppo chiaro. I lettori de Il Tempo arrivano dunque preparatissimi su ciascuno dei dossier «caldi» e sulla loro rovente sovrapposizione: ricorderete le nostre inchieste di dicembre sul degrado e l’insicurezza a Roma, e quella – che prosegue ogni singolo giorno – sulle reti criminali dell’immigrazione illegale. Così come non passa settimana senza che il nostro giornale chieda a tutte le autorità coinvolte altri sgomberi, la liberazione degli edifici occupati, e un generale «repulisti» delle situazioni di abbandono, inevitabile calamita (se va bene) di disagiati e (se va male) di delinquenti conclamati pronti a tutto.
Noi qui a Il Tempo facciamo la nostra parte, e abbiamo (come si dice) la coscienza a posto: ma siamo avviliti e mortificati, con il dolore di chi ha visto prima. Diamo atto al governo e al ministro Piantedosi di un lavoro serio contro l’immigrazione illegale (meno 53% di sbarchi) e sugli sgomberi. Ma non possiamo fare a meno di notare le sottovalutazioni e le alzate di spalle a sinistra, i disegni a colori pastello della stampa progressista e i racconti edulcorati di troppi – e in troppe sedi – su una Roma fatata che purtroppo non esiste. Per non dire di un insopportabile doppio standard.
Si susseguono qua e là campagne contro il patriarcato e per i diritti. Ah sì? Ma quando le violenze (sessuali o no) ci sono per davvero, e per responsabilità ben precisa di criminali clandestini, scattano l’offuscamento e la minimizzazione, o peggio un racconto in una chiave di «tragica fatalità». Come funziona, dunque? Le sacrosante campagne a difesa delle donne si fanno solo se il maschio molestatore è italiano e bianco? Se invece capita che sia straniero e nero, allora occorre spegnere i riflettori? Basta saperlo. Noi non ci adegueremo.
Dai blog
L'estate di Anna Tatangelo e Welo: "Per noi è come una rinascita"
Eterno pioniere del jazz: cento volte Miles Davis
Ultimo annuncia il nuovo album: così lancia il concerto dei record