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Le patenti di democrazia e i falsi moralisti

Foto: LaPresse

Francesco Storace
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Pontificano sulla libertà. Il diritto di parlare ce lo hanno dato loro, come se americani e alleati non fossero stati decisivi. Eccoli, i partigiani del millennio in cui quelli vivi non hanno combattuto per ragioni anagrafiche ma ci impartiscono lezioni: «Voi parlate perché noi abbiamo combattuto». Abbastanza ridicolo, visto che il 25 aprile erano tutti in piazza e se le sono date tra di loro. E’ capitato persino ad un anziano di 82 anni, iscritto ad Italia Viva, cacciato come se fosse uno «dell’altra parte»; o a quei poveri radicali che portano la croce per un seggio a Riccardo Magi ma si sono visti respinti a colpi di spray al peperoncino; oppure a quel delusissimo - e a ragione - Emanuele Fiano a cui sono arrivati a strillare «saponetta mancata».

La democrazia moderna. I partigiani del terzo millennio. I dispensatori di libertà a comando loro. Rivendicano un’autorità morale che non posseggono affatto gli scapestrati che gestiscono - come ogni anno - il loro 25 aprile. Di proprietà. E guai alla Brigata Ebraica. Colpiscono chiunque non gli aggradi, si professano signori della legittimità. Ma chi sono costoro per parlare come depositari della resistenza che negano di ricordare ad altri? Il tutto appare sempre più come un monologo fastidioso che rivendica il diritto di cacciare chi sentenziano non possa sfilare senza bandiere rosse. La loro è una specie di libertà a cui si può accedere con una password misteriosa, che è negata addirittura a chi è erede dei combattenti di allora. Per questo diventa sempre più complicato pretendere da chi è a destra oggi di poter aderire a parate che finiscono come si è visto.

Il diritto di parola nel nome della democrazia non può valere solo per chi pretende di avere titolo a concederlo: è una conquista di tutti. Ed è ogni volta consacrato dal voto popolare. A meno che non si pretenda di usare fucili anche contro la democrazia e non solo per liberarsi di un regime totalitario. È come se il 25 aprile si debba stabilire chi ha il copyright delle opinioni. Ma non può essere così, ancora oggi. È evidente che a costoro dia fastidio la parola pacificazione, il suo significato profondo, il diritto di costruire insieme i principi del futuro anziché dividersi sul passato. Anche perché la contraddizione diventa evidente quando si ammette in pratica di aver combattuto per la libertà propria - quasi cento anni orsono - ma non per quella di tutti. Un abuso storico di tutta evidenza e dovrebbero rifletterci sopra anche quei pensatori liberali spesso troppo inclini a giustificare gli eccessi di certa resistenza. Anche perché di materiale per documentare orrori nell’immediato dopoguerra se ne trova a iosa, a partire dagli scritti di Giampaolo Pansa. Eppure insistono con la divisione tra buoni e cattivi. Ma è solo un alibi per pretendere di distribuire le carte di chi può e chi non può. 
 

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