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Capezzone: le sette lezioni dei sette giorni di guerra

Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone
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Alla fine del settimo giorno di guerra, quali insegnamenti portiamo a casa?

1. Il regime di Teheran è stato clamorosamente decapitato. Ogni singolo gerarca e sottogerarca iraniano sa oggi di essere un morto che cammina. Bene.

2. Lo scomposto contrattacco iraniano ai danni di una dozzina di paesi del Golfo si è rivelato un autogol strategico, compattando quegli stati contro Teheran. Bene.

3. Il regime iraniano tenta disperatamente di allargare la guerra, trasformandola in un conflitto regionale. Ma per converso, come Il Tempo vi spiega oggi in dettaglio, la sua capacità di offendere (numero di missili sparati e di droni lanciati) sta costantemente e nettamente diminuendo (rispettivamente dell’86% e del 73%). Bene.

4. Brutta notizia: le infrastrutture dei paesi del Golfo oggetto della controffensiva iraniana appaiono deboli e per molti versi indifese, non adeguatamente presidiate. È un’evidenza di cui molti nel mondo (Cina in testa) stanno prendendo nota. Male.

5. Così come (male e in prospettiva molto male) proprio questo passaggio verso una dimensione di guerra regionale potrebbe innescare una significativa crisi energetica (che ancora non c’è, quindi niente panico, e tuttavia occorre preparare anche gli scenari meno favorevoli).

6. Occorre spazzare via l’argomento farlocco e politicamente insidioso della presunta illegalità dell’azione di America e Israele. Khamenei padre, oltre che capo politico e religioso, era anche Comandante supremo delle forze armate di Teheran, quindi la più alta autorità militare nazionale. In quella veste, in base al diritto internazionale applicato ai conflitti armati, poteva costituire un obiettivo militare legittimo. Khamenei aveva infatti deciso e coordinato le operazioni contro Israele, e, nel momento in cui è stato eliminato, stava dirigendo una riunione militare di vertice, potendo dunque lui e i suoi sodali essere legittimamente colpiti.

7. Le nostre opinioni pubbliche e le società occidentali (e qui sta il problema maggiore per Donald Trump) sono disabituate non solo alla guerra, ma all’idea stessa di un pericolo concreto, eventualità che tutti abbiamo per troppo tempo escluso dal nostro orizzonte mentale. E così adesso reagiamo con paura e quasi con rigetto da subito, perfino nei casi come questo in cui una settimana di conflitto si sia conclusa benissimo per gli eserciti pro Occidente. Pensate, al contrario, al trauma americano del novembre 1943, quando i Marines degli Usa affrontarono la Marina imperiale giapponese nell’atollo di Tarawa. In quattro giorni gli statunitensi, pur prevalendo, persero quasi mille uomini. Fu uno choc assoluto, che oggi sarebbe assolutamente insostenibile. Anzi, spostiamoci al giugno ‘44 e allo sbarco in Normandia. Se mai oggi si prospettasse un’eventualità del genere, in tanti (inclusi numerosi insospettabili) griderebbero contro l’«escalation» alleata, e prometterebbero al presidente Roosevelt e al generale Eisenhower, oltre che a Winston Churchill, una denuncia davanti a una qualche Corte internazionale. Sta qui il punto: non sappiamo più distinguere i nostri, cioè gli amici della libertà, dai nazisti. Meno che mai dai nazisti islamici, purtroppo.

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