Alle opposizioni non ne va bene una, che è una. Sulla legge elettorale hanno puntato sul voto segreto, richiesto non a caso nella speranza che i franchi tiratori facessero coriandoli del provvedimento. Invece al governo e alla sua maggioranza tutto è andato per il verso giusto. E la legge è stata approvata dalla Camera dei deputati con ampio margine. Lo smacco è stato tale che le opposizioni hanno dato in aula il meglio del peggio. Hanno innalzato cartelli con la scritta “Legge truffa”, echeggiando la frase impiegata da Giancarlo Pajetta a proposito della legge elettorale del 1953, facendo finta di non sapere che almeno sulla carta darebbe al centrosinistra la palma della vittoria elettorale l’anno prossimo. Insomma, chiagne e fotte. Il buon Dio, si sa, acceca chi vuol perdere. Ecco che sono piovute a catinelle parole in libertà. Frasi sfatte più che fatte, per dirla con Ettore Petrolini. Elly Schlein, prendendo fischi per fiaschi, tuona: “Noi siamo uniti, voi divisi!”. Cose da pazzi. Facendo il verso al Duce senza neppure la prudenza di toccare ferro, la capogruppo del Pd, Chiara Braga, è convinta del fatto che “il centrosinistra è competitivo e vincerà comunque”. Sulla scia della segretaria del Pd, che in aula aveva dichiarato senza ombra di dubbio, facendo sfoggio di certezze incrollabili: “Cambiatevi questa legge da soli, noi voteremo no e vinceremo comunque”. Mentre Giuseppe Conte, smentendo quella sua aria da dandy, usa nei confronti di Giorgia Meloni una frase da bar sport: “Ti manderemo a casa”. Macché, al limite all’opposizione. Ti piacerebbe, eh, povero cocco.
Ma quelle che fanno più male sono le voci di dentro. Così Massimo Cacciari affonda il coltello nella piaga nell’intervista al “Corriere”. “Governare? Il rischio è quello di non fare niente”. “A sinistra mancano sia l’unità nel programma che una guida condivisa. Anche l’Ulivo era spaccato su tante cose, ma aveva Romano Prodi. Ora non c’è nemmeno una figura che faccia da collante”. Tiè. E alla domanda sull’obbligo di indicare un candidato premier, risponde: “Non ci trovo niente di male, è un elemento di chiarezza verso l’elettorato. Basta guardare all’esperienza dei sindaci”. Voi mi direte che Cacciari non si smentisce mai. Gli piace fare il bastian contrario. Si diverte a indossare i panni di Gino Bartali, un campionissimo del ciclismo convinto che tutto fosse sbagliato e tutto da rifare. Sicuro. Ma Cacciari è una personalità autorevole che dice ciò che pensa e pensa a ciò che dice. Del resto, ci sono costituzionalisti – sempre voci di dentro – che fanno stecca nel coro. Per la disperazione di quelle centinaia di colleghi che gl’imputano di rompergli le uova nel paniere. Perché i ragazzi del coro hanno la bella pretesa di definire incostituzionale tutto ciò che non gli aggrada. Mentre gli altri ribattono che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, che la legge elettorale non è come la signora di Dario Fo tutta da buttare. Occorre distinguere. È quello che per l’appunto fa Stefano Ceccanti, un cattedratico dell’area riformista che ispira fiducia come la Galbani della pubblicità. Sul “Quotidiano nazionale” non le manda certo a dire. Afferma che il campo largo “non ha saputo indicare in positivo un modello alternativo di legge elettorale e non riesce a spiegare come risolvere il problema della leadership”. Ceccanti mette le mani avanti. Non ha nulla in contrario che ci siano studiosi, una quadrata legione diremmo, pronti a inondare la Corte costituzionale di ricorsi. Ancorché, con una stilettata che lascia il segno, “poco convincenti sulla gran parte dei motivi”. Tuttavia, conclude, “le opposizioni sono chiamate a fare battaglie politiche, non ad appiattirsi su ricorsi di fronte ai giudici”. Insomma, unicuique suum. A ciascuno il suo.
Non la pensa diversamente un altro acuto costituzionalista d’area come Francesco Clementi. Anche per lui il testo della legge elettorale è, tutto sommato, equilibrato. E poi, come usa dire, non c’è due senza tre. E il terzo uomo, fine costituzionalista e parlamentare di lungo corso, è uno studioso di sinistra senza se e senza ma come Massimo Villone. Da quella persona seria che è, distingue: un conto sono i desideri, un conto è la realtà. Nell’intervista al “Fatto Quotidiano”, evviva la faccia della sincerità, dice pane al pane e vino al vino: “Mettiamola così: il Pd si aspetta che il problema glielo risolva papà Mattarella e mamma Corte costituzionale. E mi pare improbabile che avvenga”. Spiega: “Chi si aspetta che Mattarella tolga le castagne dal fuoco al campo largo potrebbe rimanere deluso”. Perché, a suo avviso, è davvero improbabile che il capo dello Stato per aspettare il giudizio della Corte sulla legittimità della legge elettorale ritardi lo scioglimento delle Camere. Dulcis in fundo, ammesso e non concesso che la Corte si pronunci in men che non si dica, Villone si domanda: chi ci dice che la Corte vada oltre la sua giurisprudenza e non salvi invece l’impianto della legge? Nei passaggi tra Camera, Senato e ancora Camera, il centrodestra ha tenuto nel debito conto le sentenze della Corte costituzionale n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017. Pertanto è altamente improbabile che la Corte colpisca il cuore della riforma. Come del resto pensano costituzionalisti del Pd o d’area che tuttavia non se la sentono di mettere la testa a partito. Ah, le voci di dentro. E ora si è aggiunto, con la sua autorevolezza, Giuliano Amato. Alla festa de “Il Foglio”, Amato ha “assolto” premio di maggioranza e indicazione del premier. Il solo punto vulnerabile sarebbe, a suo avviso, il numero delle firme. Ricapitoliamo. Le opposizioni non sono riuscite a mandare a picco la legge elettorale in combutta con franchi tiratori che non hanno dato segni di vita. Non c’era sentore che Mattarella non promulgasse la legge. Infatti, l’ha promulgata. E la Corte costituzionale non dovrebbe dare grandi soddisfazioni ai ricorrenti. Come nella guerra di Mussolini, l’esercito dell’opposizione ripiega di continuo secondo i piani prestabiliti. Così al centrosinistra non resta che recarsi al santuario della madonna di Lourdes. Per implorare la grazia contro la iella.
