I capi e i sottocapi (neanche tutti: solo Elly e Giuseppi, più il duo Bonelli-Fratoianni) se ne stanno riuniti a parlare di primarie. Stavolta non marciano, non lasciano impronte, si tengono alla larga loro dalle piazze. Prudenti, calcolatori, da manuale: meglio non farsi fotografare troppo vicino alle molotov e ai cassonetti incendiati.
Ma i loro amici timbrano il cartellino. Ecco il deputato Grimaldi a Torino (in quota Avs, filo Askatasuna come sempre). Ecco il prossimo onorevole Youssef a Brescia, ultimo prodotto del vivaio. Ecco, immancabile, Ilaria Salis, lei nella categoria «usato sicuro».
Ma non finisce qui. Ecco il giovane Pd Pacini confessare in tv (serataccia, povero ragazzo) che quando si spaccano le vetrine c’è lavoro per i vetrai: la violenza come welfare, la devastazione come politica industriale. Ed ecco l’immancabile Mimmo Lucano: lui, fa sapere, il nuovo idolo Siher lo vedrebbe bene in Parlamento.
Non c’è niente da fare: non ce la fanno proprio. Non ce la fanno a erigere un muro tra loro e la violenza, tra la sinistra e i facinorosi. Ogni volta che arriva il momento di distinguersi, di dire chiaro che una cosa è il dissenso e un’altra è la guerriglia urbana, scatta il riflesso condizionato: la giustificazione, il «contesto», il «disagio», il «non sono tutti così». E intanto le piazze le lasciano ai professionisti della devastazione, mentre loro firmano comunicati di mezza condanna a cose fatte, quando i danni sono già fatti e le telecamere hanno già filmato.
E rischiano di essere follower, altro che leader. Di farsi trascinare dal peggio, dalla parte più estremista della loro comitiva. Quelli che non si accontentano di marciare e di gridare, ma vogliono il caos, le vetrine rotte, la polizia sotto assedio. Quelli che a Torino, a Milano, ovunque, trasformano ogni pretesto in pretesto per lo scontro. E i capetti, invece di staccarsi, finiscono per inseguirli: un passo indietro sui toni, un’apertura di credito, un «bisogna ascoltare».
Temo non abbia fatto effetto nemmeno l’ammissione della loro amica tedesca, la candidata sindaca di Berlino della Linke, che si è lasciata sfuggire di aver paura lei e il marito a causa dei fondamentalisti islamici e dei filo-Hamas che ormai si sono infiltrati nel partito e forse lo controllano. Parole uscite per errore, ma chiare: non possono nemmeno nominarli senza temere ritorsioni. E da noi? Silenzio. Come se non fosse lo stesso schema: usare certi ambienti per i voti e per le piazze, e poi scoprire di non poterli più controllare.
Chiaro, no? Pensavano, a sinistra, di strumentalizzare: e sono finiti loro a essere strumentalizzati. Gregari, inseguitori, trascinati dai peggiori verso una deriva che rischia di non avere limiti. Prima i centri sociali violenti, poi i filo-Palestina estremi, poi chiunque porti caos e consenso in certi quartieri. E alla fine, quando la deriva è evidente pure a Berlino, da noi si fa finta di non vedere. Amici lettori, questa è la posta in gioco. Non è una disputa interna sulle primarie o sui nomi. È la questione di chi comanda davvero in quella galassia, e di dove vogliono portare il Paese. Vigiliamo bene: è proprio il caso di evitare che questi signori nel 2027 entrino aPalazzo Chigi. Perché una volta dentro, non saranno loro a decidere i limiti. Saranno gli altri.
