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Albicocche

Ricche di vitamine e sali minerali, ideali per abbronzarsi Un frutto estivo ottimo anche per realizzare dolci

Dal cuore dell'Asia, dalla lontana Cina settentrionale, all'Europa e al resto del mondo, in quattro millenni l'albicocca ne ha fatta di strada ed è entrata nella lingua di tante civiltà. «Precoce» il termine chiave che descrive la pianta, l'Albicocco, capace di dare frutti già dal secondo/terzo anno dalla piantumazione/innesto. Da qui il latino Praecoquus, il greco Praikokion, l'arabo Al-bar da cui derivarono il catalano Abercoc, lo spagnolo Albaricoque e il francese Aubercot (arcaico) e poi Abricot. Roma portò l'albicocca in Italia e in Grecia dall'Armenia, dove l'aveva già scoperta Alessandro Magno: da qui il nome scientifico della pianta, «Prunus armeniaca», famiglia delle Rosacee, imparentata con ciliegio, prugno e pesco. Ma furono gli arabi a diffondere il frutto per il Mediterraneo, il Nord Africa, la Penisola Iberica facendolo poi notare ai francesi che avviarono molto più tardi alle coltivazioni: Il Re Sole, Luigi XVI, ne fece piantare esemplari alla Reggia di Versailles. Un dessert, la «Torta con albicocche e crema alla Bourdaloue», prende il nome da una via parigina che ricorda un predicatore presente alla Corte dello stesso Luigi XVI, dove si trovava una pasticceria che inventò il dolce: oggi è riproposto in diverse varianti e comunque una base in pasta brisée o in pasta frolla, farcitura di crema alle mandorle, frutta e marmellata di albicocche. Tante le varietà del frutto, uniche le proprietà. La polpa è molto ricca di vitamina A utile per pelle, mucose e occhi. Alta concentrazione di potassio e carotene, vitamine B, C e PP, magnesio, fosforo, ferro. Ottimo per rafforzare le difese immunitarie e come antagonista dei radicali liberi. Cento grammi apportano solo 28 Kcal. Fra le più pregiate, l'Albicocca di Galatone che prende il nome dal comune pugliese affacciato sullo Jonio, in provincia di Lecce. La leggenda vuole sia stata portata nel Salento da Templari tornati dalla Terra Santa. Oggi è protetta e promossa da Slow Food: originariamente innestata in ceppi di mandorlo amaro, pianta molto longeva, frutti piccoli profumatissimi, screziati a puntini soprattutto vicino al peduncolo, molto dolci e con polpa morbida che, se non consumata fresca, è adattissima a confetture. Si va dalle albicocche dall'Alto Adige, quelle della Val Venosta, varietà Vinschger Marille, colore giallo scuro/arancione, aroma e sapore decisi, che prospera fra i 500 e i mille metri, fino alla Sicilia con i frutti dell'Albicocco di Scillato (Palermo), anche questo presidio Slow Food, all'esterno sfumature rosse, profumo e sapore intensi, inseriti nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali del ministero delle Politiche agricole e forestali. E ancora, la Tonda di Costigliole (Piemonte) proposta anche in sciroppi al Moscato d'Asti Docg, l'albicocca Valleggia (Liguria), la Val Sant'Erno d'Imola (Emilia Romagna), l'Albicocca Alberge o Spergia in dialetto pugliese, la Vesuviana in 40 varietà locali come la Boccuccia Liscia di Torre del Greco, la Monaco, la Portici, la Vitillo, la San Castrese, la Pellecchiella di Somma Vesuviana, la Cafona e la Ceccona di Ercolano.

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