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Bandecchi e il decreto Primo maggio: “Serve una visione, non solo bonus”

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Il decreto Primo maggio che il governo sta preparando – con una norma sui rider, la proroga di 8 mesi del bonus Zes per il Mezzogiorno e il rafforzamento delle misure per le lavoratrici – è per Stefano Bandecchi uno spaccato di come la politica italiana interpreta oggi il lavoro. Imprenditore, sindaco di Terni ed esponente di area liberale dentro il centrodestra, Bandecchi guarda al provvedimento con realismo e qualche punta di insofferenza: non rifiuta il contenuto, ma mette in questione la logica. Per lui molti punti sono utili, ma restano “pezzi” di politica, non un progetto complessivo.

Sulle rider e la gig economy Bandecchi è chiaro: non si può continuare a regolare il lavoro ibrido con il manuale di sopravvivenza del decreto d’urgenza. «Il governo non può limitarsi a una norma ad hoc per il 1° maggio e dire di aver risolto il problema del lavoro precario», spiega. «Serve un quadro generale: contributi proporzionati, tutele minime su infortuni, malattia e maternità, flessibilità reale per le piattaforme e per i lavoratori. Non un piccolo patch, ma una legge quadro sul lavoro del futuro».
Dalla sua esperienza di Terni, dove il Comune è stato il primo in Italia a introdurre un tesserino identificativo obbligatorio per i rider, Bandecchi parte da un dato concreto: «I rider non sono solo una foto del lavoro precario, sono una parte strutturale del nostro sistema economico. Se il governo non li mette al centro di un disegno più ampio, finisce per gestire la paura, non la trasformazione».

Sul bonus Zes per il Mezzogiorno Bandecchi riconosce che il meccanismo ha avuto un effetto positivo, soprattutto nelle aree industriali più fragili, ma mette in guardia contro la proroga di 8 mesi «Il Sud non ha bisogno solo di soldi, ha bisogno di tempo», osserva. «Le imprese devono sapere che, se investono e assumono, troveranno regole stabili per anni, non passaggi di consegne ogni volta dal Cdm. Altrimenti il bonus Zes diventa un grande palliativo, non uno strumento di sviluppo strutturale».

Per lui il passo successivo dovrebbe essere un piano industriale del Mezzogiorno con incentivi pluriennali, semplificazione radicale delle procedure e un patto tra Stato, Regioni e imprese. «Qui in Umbria – racconta – stiamo lavorando a un gruppo di lavoro con le associazioni di categoria, per costruire un sistema che non dipenda più da singole norme, ma da una logica di Zes seria e trasparente. Se il governo non allarga la prospettiva, rischia di sprecare un’occasione storica».

Sul fronte delle lavoratrici e della maternità, Bandecchi si distanzia dallo slogan “più diritti a ogni costo”. La sua critica di fondo è che, se il costo del welfare ricade solo sulle imprese, l’effetto può essere il contrario di quello dichiarato. «Rafforzare le misure per le lavoratrici è giusto, ma non significa scaricare tutto sulle aziende», dice. «Serve un sistema in cui Stato e imprese  condividano il rischio: contributi flessibili, incentivi per chi assume e supporta la carriera femminile, e un welfare che aiuti davvero la conciliazione, non provvedimenti formali».

Per lui il nodo è la flessibilità reale: lo smart working, per esempio, non deve restare legato solo all’emergenza pandemica, ma diventare parte stabile del quadro normativo. «Se vogliamo davvero una società più moderna – spiega Bandecchi – non basta difendere la maternità in astratto. Dobbiamo creare un ambiente in cui una donna possa lavorare, alzarsi, tornare a casa e crescere i figli senza pagare un prezzo insostenibile in termini di carriera o reddito».

Il riavvicinamento dei tre sindacati confederali è letto da Bandecchi come un segnale di tensione, ma non come un punto di riferimento assoluto. Il suo appello è a non trasformare il tavolo sociale in un “comitato di revisione” delle politiche economiche. «Il sindacato è un interlocutore legittimo, ma il governo non può usare il lavoro solo come banco prova per la politica», avverte. «Oggi il problema principale non è ridistribuire il reddito che abbiamo, ma crearne di nuovo. Se il decreto ruota solo intorno a bonus, contributi ridotti e misure anti disoccupazione, senza un serio attacco a tasse e burocrazia, finisce per rendere il mercato del lavoro più fragile, non più solido».

Nel suo disegno, Bandecchi chiede al governo di smettere di usare il lavoro come spot e di adottare una visione più chiara e che rappresenta la posizione naturale e storica del centrodestra: meno tasse per chi lavora e produce, semplificazione radicale dei processi, riforma del welfare e del sistema degli incentivi, con un focus sul Sud e sulle imprese. «Il Paese reale non è solo quello che si vede ogni tanto nelle aule del Parlamento, ma quello che ogni giorno apre un’impresa, assume persone e continua a lavorare anche quando sembra che nessuno lo guardi», conclude. «Se il decreto Primo maggio non diventa un passo in quella direzione, resterà solo un’occasione persa».

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