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Hormuz, petrolio a 100 dollari e Borse in altalena: ecco gli asset che potrebbero uscire rafforzati dalla tempesta geopolitica

Il conflitto Iran-USA ridisegna la mappa dei mercati energetici. Il greggio vola, il gas schizza, le Borse oscillano tra euforia da tregua e panico da escalation. Nel mezzo, Bitcoin e il comparto crypto mostrano segnali di resilienza strutturale che gli investitori istituzionali iniziano a leggere con attenzione.

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Lo Stretto di Hormuz è tornato ad essere il punto di frattura dell'economia globale. Da quel corridoio marittimo largo poco più di 30 chilometri, incastrato tra le coste iraniane e quelle omanite, transita ogni giorno circa un quinto del petrolio trasportato via mare nel mondo e oltre il 30% del gas naturale liquefatto. Un rubinetto che, dalla fine di febbraio, l'Iran ha deciso di chiudere — o quantomeno di controllare con mano ferma — come risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele nell'ambito dell'operazione Epic Fury.

Le conseguenze sono state immediate e devastanti per i mercati energetici. Il Brent, che a inizio anno oscillava intorno ai 60 dollari al barile, ha toccato punte superiori ai 115 dollari, con un rialzo che nelle settimane più acute ha sfiorato l'80%. Nelle ultime ore, complici le indiscrezioni su un possibile negoziato tra Washington e Teheran per la riapertura dello Stretto, il greggio è rientrato in area 99-100 dollari — un livello comunque doppio rispetto a gennaio. Anche il gas naturale al TTF di Amsterdam, dopo settimane di fiammate, è sceso sotto i 50 euro al megawattora, pur restando ben al di sopra dei valori pre-crisi.

L'economia reale sotto pressione

Il blocco di Hormuz non è solo un problema per i trader. I dati parlano chiaro: le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico, escludendo i carichi iraniani, sono crollate del 99% a marzo rispetto a febbraio. L'Iraq ha visto la propria produzione crollare dell'80%, il Kuwait del 60%, l'Arabia Saudita del 25%. Circa 150 petroliere sono rimaste bloccate nelle acque aperte del Golfo nelle prime ore successive alla chiusura. E il Qatar — fornitore chiave di GNL per l'Europa — ha sospeso la produzione dopo gli attacchi ai suoi impianti di Ras Laffan.

L'Europa, che aveva diversificato le proprie fonti energetiche proprio per ridurre la dipendenza dal Golfo, si trova comunque esposta: i prezzi dell'energia si trasmettono con rapidità all'intera catena produttiva, dalla chimica ai fertilizzanti, dalla logistica ai beni al consumo. L'inflazione nell'Eurozona, che a marzo si attestava intorno all'1,7% su base annua, rischia un nuovo rimbalzo se la crisi non rientrerà entro poche settimane.

Intanto la diplomazia lavora sottotraccia. Fonti citate da Axios parlano di trattative tra USA e Iran — dirette o mediate — per uno scambio: tregua in cambio della riapertura dello Stretto. Anche Cina e Pakistan hanno avanzato proposte di mediazione. I mercati, ieri, hanno scelto di crederci: le Borse europee hanno chiuso con rialzi superiori al 3%, Milano ha guadagnato il 3,2% e lo spread BTP-Bund è sceso a 86 punti base.

Ma il discorso alla nazione di Trump, nella notte italiana, ha raffreddato gli entusiasmi. Il presidente ha ribadito che le operazioni militari proseguiranno fino al completamento degli obiettivi, ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche iraniane e ha suggerito agli alleati europei e asiatici di "comprarsi il petrolio dagli Stati Uniti" e di "farsi coraggio". Oggi le Borse europee hanno invertito la rotta, con l'indice degli indici europei in netto calo e il petrolio che torna a correre.

L'oro risplende, le crypto resistono

In questo scenario da economia di guerra, l'oro ha raggiunto livelli che un anno fa sarebbero sembrati fantascientifici: 4.766 dollari l'oncia, con analisti che non escludono un obiettivo a 5.500 dollari se le tensioni dovessero protrarsi. Le banche centrali — Cina in testa, con quindici mesi consecutivi di acquisti netti — continuano ad accumulare riserve auree come copertura dall'incertezza.

Ed è proprio in questo contesto che il comparto delle criptovalute merita un'analisi lucida e non ideologica. Bitcoin, che ha vissuto cinque mesi consecutivi di calo tra ottobre 2025 e febbraio 2026 — perdendo oltre il 47% dal massimo storico di 126.272 dollari toccato lo scorso autunno — ha chiuso marzo con un modesto ma significativo +1,8%, interrompendo la striscia negativa. Oggi il prezzo si muove intorno ai 67.600 dollari, in una fase di consolidamento che gli analisti definiscono "costruttiva".

A differenza di quanto accaduto nelle crisi precedenti, questa volta Bitcoin non è crollato sotto i colpi della geopolitica. Lo Stretto di Hormuz si è chiuso, i missili hanno colpito raffinerie e impianti di GNL, eppure la più grande criptovaluta al mondo ha tenuto il supporto chiave in area 60.000-67.000 dollari. Non è poco, per un asset che molti continuavano a descrivere come puramente speculativo.

L'adozione istituzionale cambia la struttura del mercato: il parere dell’analista Alessio Ippolito

La ragione di questa tenuta va cercata in una trasformazione profonda che sta avvenendo sotto la superficie del mercato. Gli ETF spot su Bitcoin, approvati dalla SEC nel gennaio 2024, hanno raccolto complessivamente oltre 45 miliardi di dollari. A marzo 2026, dopo quattro mesi di deflussi, gli afflussi sono tornati in territorio positivo con 1,13 miliardi di dollari netti. Morgan Stanley ha depositato la richiesta per un proprio ETF su Bitcoin, segnale che la finanza istituzionale non sta abbandonando la partita: la sta preparando.

Parallelamente, società come American Bitcoin Corp. (quotata al Nasdaq), fondi pensione internazionali e corporate treasury stanno accumulando BTC come riserva strategica. La riserva nazionale di Bitcoin istituita dagli Stati Uniti nel marzo 2025 — per quanto controversa nelle sue modalità — ha sdoganato definitivamente l'idea che una criptovaluta possa rientrare nella cassaforte di uno Stato sovrano.

Come osserva Alessio Ippolito, tra i più attenti analisti italiani del settore, la maturazione dell'ecosistema crypto non si misura più solo dalla volatilità del prezzo, ma dalla profondità dell'infrastruttura che lo sostiene: ETF regolamentati, strumenti di custodia istituzionale, framework normativi come il MiCA europeo e l'evoluzione della tokenizzazione degli asset reali. L'analisi approfondita delle dinamiche di prezzo e dei fondamentali di Bitcoin, come quella che si trova su Criptovaluta.it, conferma un quadro in cui le fasi ribassiste tendono a durare meno e a essere meno profonde rispetto ai cicli precedenti — segno di un mercato che sta lentamente ma strutturalmente maturando.

Il bivio di aprile

Sarebbe sbagliato, tuttavia, cedere a facili entusiasmi. Il contesto resta profondamente incerto. Se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso per settimane, il petrolio potrebbe superare i 130 dollari, con un effetto domino su inflazione, tassi e propensione al rischio che non risparmierebbe nessuna asset class, crypto comprese. La Fed opera già in un contesto particolarmente vincolante, con rendimenti dei Treasury in rialzo e spazio limitato per tagliare i tassi.

Ma se la finestra diplomatica dovesse reggere, se il negoziato USA-Iran dovesse portare a un allentamento delle tensioni, il mercato crypto potrebbe beneficiarne in modo più che proporzionale. Alcuni analisti di Binance Research hanno suggerito che segnali concreti di cessate il fuoco potrebbero innescare una ripresa significativa degli asset digitali, con Ethereum e le principali altcoin che potrebbero sovraperformare Bitcoin nella fase di rimbalzo.

Il 2026 si sta rivelando l'anno in cui l'ecosistema crypto viene messo alla prova nelle condizioni più estreme: guerra aperta in Medio Oriente, crisi energetica globale, inflazione in risalita, banche centrali con le mani legate. Se Bitcoin e il comparto riusciranno a uscire da questa tempesta con i fondamentali intatti — e i segnali, per ora, vanno in questa direzione — la narrativa sulla maturazione degli asset digitali avrà compiuto un passo avanti che nessuna bull run avrebbe potuto garantire.

Perché è nei momenti di massimo stress che si misura la solidità di un asset. E Bitcoin, per la prima volta nella sua storia, ha a disposizione un'infrastruttura istituzionale che gli consente di affrontare la tempesta senza affondarvi dentro.

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