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Onu, il nuovo "mappamondo" fa scintille fra gli Stati. Così la geografia diventa uno strumento politico

David Di Segni
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Lo scorso 4 settembre le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione per il progressivo e formale abbandono della tradizionale mappa di Mercatore – che ingrandisce gli Stati all'avvicinarsi dei poli – a favore del modello Equal Earth del 2018 più accurato nelle reali dimensioni dell'Africa. L'iniziativa è stata promossa dal Togo a nome dell'Unione Africana ed è passata con sei astensioni e il solo voto contrario degli Stati Uniti, che hanno bollato la questione come "superflua". La risoluzione non è comunque vincolante e dunque Paesi e istituzioni non saranno obbligati a utilizzare la nuova mappa, sebbene il risultato porterà comunque a un aggiornamento dei programmi scolastici e delle tecnologie in uso quotidiano.

La questione si è rivelata però tutt'altro che superflua, provocando malumori e scintille a livello internazionale. L'Ucraina, per esempio, ha protestato contro la rappresentazione della Crimea occupata dalla Russia con un colore (grigio) diverso rispetto al resto del territorio ucraino (verde). Motivo che ha spinto Kiev ad astenersi nella votazione e a definire il tutto inaccettabile. "Nel 2026 l'Onu non dovrebbe aver bisogno che gli venga ricordato: la Crimea è Ucraina. Vergogna", ha scritto su X la deputata Kira Rudik. Lamentele anche da parte del Giappone, che ha chiesto una revisione sulla rappresentazione delle isole Curili, contese tra Mosca e Tokyo, rappresentate come appartenenti alla Russia. Il portavoce del governo, Minoru Kihara, ha dichiarato che la mappa "contraddice la posizione ufficiale" del Paese. Di qui la necessità "di impedire che si diffondano idee sbagliate sui nostri territori e nomi geografici". A tentare di mettere un freno è stata l'Unione europea che, sebbene abbia sostenuto la risoluzione, ha precisato che questa "non affronta né modifica questioni relative alla sovranità, allo status territoriale o ai confini internazionalmente riconosciuti degli Stati". 

La questione evidenzia come la rappresentazione geografica sia uno strumento di rivendicazione politica, che tange la diplomazia e contribuisce a plasmare la percezione della realtà fatta di spazi, confini e quindi di sovranità.

 

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