Bisignani: la Nato deve risorgere altrimenti imploderà, tensioni anche nella parte europea dell'Alleanza
La sicurezza in outsourcing è finita. Prima della tempesta tra Roma e Washington un divertente retroscena affiora dal Pentagono. Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Usa, incontrando nei giorni scorsi il suo omologo Guido Crosetto pare gli abbia sussurrato: «Se tu fossi stato qui ieri, Trump ti avrebbe voluto sul ring allestito nel giardino della Casa Bianca per i suoi beniamini della Mma». Scherzo o no, è certo che dopo l’ennesima smargiassata contro Giorgia Meloni, sul tappeto, questa volta, ci sarebbe finito Trump.
Nelle cancellerie che contano, lo sproloquio del presidente americano viene letto come la fine di un equivoco: nemmeno l’appartenenza alla galassia Maga garantisce un canale privilegiato con Trump. La rottura con Meloni dimostra che la sintonia personale resta subordinata ai rapporti di forza. Una lezione che molti leader europei avevano già imparato, ma che ora assume valore definitivo. Tuttavia, la questione più delicata del futuro della Nato e l’equilibrio tra Europa e Stati Uniti parte da lontano. De Gaulle l’aveva intuito quasi sessant’anni fa quando, nel 1966, ritirò la Francia dal comando militare integrato dell’Alleanza Atlantica. Non uscì dalla Nato, ma volle ridefinire gli equilibri di potere al suo interno. Anche Aldo Moro e Giulio Andreotti seguirono una strada diversa dal semplice atlantismo subordinato. Moro cercò di costruire un ponte tra l’Alleanza e il Mediterraneo. Andreotti sosteneva che l’Italia dovesse restare saldamente nell’Occidente senza rinunciare a una propria iniziativa diplomatica. Non erano antiamericani. Avevano compreso che le alleanze sopravvivono solo quando ogni Paese membro porta la propria visione strategica per creare un valore superiore a beneficio di tutti.
Oggi il problema si ripresenta sotto forme nuove. Nella diplomazia europea si fa strada una convinzione: la Nato probabilmente non imploderà, ma nei prossimi anni dell’amministrazione Trump l’Europa non potrà più fare affidamento sulle stesse garanzie politiche del passato. Lo sguaiato sfregio inflitto a Meloni è soltanto l’ultimo segnale. Fino a ieri si immaginava una divisione relativamente ordinata dei compiti: all’Europa la deterrenza convenzionale, agli Stati Uniti quella nucleare. Oggi anche questo schema appare meno solido. Paradossalmente, però, per l’Italia il punto di crisi potrebbe presto spostarsi da Washington a Bruxelles. Francia, Germania e Polonia sono sempre più insofferenti verso quei Paesi che non hanno ancora adeguato la propria spesa militare ai nuovi parametri dell’Alleanza, e Roma rischia di finire sul banco degli imputati proprio per il ritardo accumulato negli investimenti per la difesa.
Non è un dettaglio tecnico. Il nuovo obiettivo fissato dall’Alleanza è portare la spesa complessiva per la difesa e la sicurezza al 5% del Pil entro il 2035. Crosetto ha ottenuto che il percorso sia graduale e compatibile con le diverse situazioni nazionali, ma la pressione politica resta enorme. Nei prossimi anni il tema non sarà se spendere di più, ma come farlo senza compromettere la tenuta economica e sociale dei singoli Paesi. L’Europa continua infatti a mostrare limiti evidenti. Gli Stati membri faticano a trovare una posizione comune, molti hanno bilanci pubblici sotto pressione e quasi tutti hanno perso, dopo decenni di pace, la capacità di pensare e combattere una guerra ad alta intensità. È il tema richiamato più volte da Mario Draghi, convinto che la difesa sia diventata il vero banco di prova della credibilità europea. Non è un caso che SuperMario apprezzi il lavoro di Crosetto, la cui schiettezza è riconosciuta tanto a Washington quanto nelle più vicine capitali europee.
Crosetto ha inoltre compreso, prima di molti altri, che il problema della sicurezza europea non può più essere rinviato e che il vero problema dell’Europa non è la mancanza di fondi, bensì la frammentazione delle decisioni. L’Europa dispone di industrie, tecnologie e capacità finanziarie rilevanti, ma continua a ragionare in ventisette modi diversi. Per questo l’ex premier guarda con interesse a chi prova a costruire una strategia comune, prima ancora che un aumento della spesa. A rafforzare questa preoccupazione contribuisce un rapporto riservato circolato durante l’ultimo vertice Nato. Secondo le analisi, Vladimir Putin potrebbe contare su una massa mobilitabile di oltre due milioni e mezzo di uomini, sufficiente a sostenere un confronto militare di lunga durata. Non necessariamente in Ucraina. Anzi, nelle cancellerie europee cresce il timore che un eventuale accordo di pace possa consentire al Cremlino di riorganizzare, riequipaggiare e rafforzare ulteriormente il proprio apparato militare.
La minaccia russa, con Putin ancora al potere, viene ormai considerata una variabile strutturale del prossimo decennio. È proprio questa consapevolezza che sta cambiando il modo in cui molti governi europei guardano all’Ucraina. Fino a ieri Kiev era considerata soprattutto un Paese da aiutare. Oggi, invece, qualcuno inizia a considerarla una risorsa strategica. Nessun esercito europeo possiede oggi un’esperienza paragonabile a quella maturata in questi ultimi anni dagli ucraini nell’uso dei droni, della guerra elettronica e delle nuove tecnologie applicate al campo di battaglia. È in questo quadro che prende forma un’idea impensabile fino a poco tempo fa. Negli ambienti della Commissione europea il commissario alla Difesa Andrius Kubilius lavora all’ipotesi di un vero patto strategico tra Unione Europea e Ucraina: risorse finanziarie europee in cambio di capacità militari ucraine. Dopo oltre quattro anni di guerra, Kiev si è trasformata in una sorta di Sparta ipertecnologica, capace di innovare sul campo di battaglia con una velocità che suscita interesse perfino negli ambienti militari israeliani.
E se in autunno, con l’arrivo del freddo, dovesse arrivare una tregua, si porrebbe immediatamente il problema di come impiegare circa 800 mila soldati ucraini mobilitati durante il conflitto. Spegnere di colpo un motore militare di queste dimensioni non è semplice. Da qui l’idea di utilizzare quella forza, quell’esperienza e quel know-how come uno dei pilastri della futura sicurezza europea. Non più, dunque, soltanto un’Ucraina da proteggere, ma un’Ucraina chiamata a contribuire direttamente alla difesa del Vecchio Continente. Anche perché Crosetto è convinto che la Nato non possa più ragionare con le mappe della Guerra Fredda. Le minacce non arrivano soltanto da Est, ma attraversano il Mediterraneo, l’Africa, il Medio Oriente e l’Indo-Pacifico. L’Alleanza dovrebbe poter ragionare su come allargare il proprio orizzonte strategico, costruendo nuove partnership e una capacità di risposta adeguata a sfide ormai globali.
De Gaulle aveva capito che le alleanze sopravvivono solo se sanno adattarsi. Moro aveva capito che la sicurezza non può essere separata dalla politica. Andreotti aveva capito che la forza di un Paese dipende dalla capacità di stare nei grandi giochi della storia senza subirli. Oggi la sfida è la stessa. Perché la vera minaccia per l’Europa non è Mosca, né Pechino, né Washington. È l’illusione che qualcun altro continuerà a garantire la sua sicurezza. Aiutati che Dio ti aiuta, dice un saggio proverbio.
Dai blog
Francesca Michielin: "Sui social la nuova caccia alle streghe"
L'annuncio di Fausto Lama: "Coma_Cose? Non escludo il ritorno"
"Pronto per Sanremo e nel futuro un film". La promessa di Tiziano Ferro