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Le insidie al G7 di Evian. Le manie di grandezza di Macron e l'agenda "green" che si scontra con la realtà

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Foto:  Ansa 

Gianni Pilo
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Il summit annuale del G7 comincia domani a Évian, in Francia. In qualità di presidente di turno, spetta al presidente francese definire il tema del vertice 2026. Emmanuel Macron ha scelto la formula «Addressing Global Imbalances», traducibile come «correggere gli squilibri globali», niente meno! Un titolo ambiziosissimo, in linea con la grandeur francese. L’agenda ufficiale richiama l’obiettivo utopistico lasciato in eredità dal Cop29, la 29esima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che si è tenuta a Baku, Azerbaigian, nel novembre 2024, conclusa, per l’appunto, con un «accordo» (?) su piani finanziari, tutti da definire, per aiutare i paesi in via di sviluppo a passare a fonti energetiche sostenibili, assumendo che sia possibile raccogliere la sbalorditiva somma di 1.300 miliardi di dollari all’anno (una somma superiore al Pil di Germania, Francia e Italia messe insieme), da mettere a disposizione dei paesi meno industrializzati, per raggiungere i fantomatici obbiettivi «climatici», che tuttora tormentano la nostra economia. A parole, l’agenda scelta da Macron per il G7 si ricollega alle conclusioni del Cop29, presentando una versione tecnocratica della solidarietà idealista e del wishful thinking tipico delle istituzioni europee. Peccato che una tale faraonica iniziativa dovrebbe basarsi su una revisione radicale dei meccanismi di funzionamento del mercato dei capitali (impraticabile). Tali obbiettivi (irrealizzabili) sono decisamente sproporzionati rispetto alle possibilità di accordo nel G7, soprattutto in una fase come questa: il G7 di Évian arriva in un momento tutt’altro che ordinario. Nelle riunioni a porte chiuse Évian del G7, invece, il nocciolo sarà tutto un altro. Gli effetti della crisi di Hormuz, che sono in primo piano, si sovrappongono e si intrecciano ai temi sui quali si sono già accumulate tante tensioni irrisolte: difesa, alleanze, sicurezza globale, relazioni commerciali tra paesi occidentali, tensioni interne alla Nato, rapporti con la Cina. Sullo sfondo, i lasciti pesanti e indigesti delle ostinate politiche ambientaliste, che tanti danni hanno fatto all’industria europea.


GLI EFFETTI DI HORMUZ
La retorica magniloquente dell’agenda di Macron si sgretola completamente di fronte alla crisi di Hormuz, che non assomiglia a un embargo petrolifero del passato: questa volta, un solo punto di strozzatura militare localizzato si è trasformato in un’onda d’urto economica, i cui effetti si stanno allargando a macchia d’olio, e hanno scatenato una reazione a catena che sta agendo come un motore strutturale di inflazione. Questa crisi si presenta come una mutazione strutturale nelle fattispecie delle crisi conosciute: diesel e jet fuel più cari colpiscono trasporti e commercio; gli aumenti nei trasporti sono i più contagiosi, e il contagio è immediato; la crisi si è propagata ai prezzi alimentari, alla produzione industriale di diversi settori, alle filiere industriali e alla stabilità macroeconomica globale, perché dal petrolio e dal gas del Golfo persico non si ricavano solo combustibili per trasporti e energia. I Paesi del Golfo sono, collettivamente, i principali esportatori mondiali di zolfo, dal quale si ricavano i fertilizzanti fosfatici, uno dei tre tipi principali di fertilizzanti chimici. È qui che la crisi energetica diventa crisi alimentare: il caro fertilizzanti spinge in alto i prezzi di grano, riso, mais, carne e latticini, si riducono le rese agricole. Il risultato è una reazione a catena: meno fertilizzanti, rese agricole più basse, prezzi alimentari in salita. Dallo zolfo, inoltre, si ricava l'acido solforico, che viene usato (anzi, è indispensabile) per la lavorazione di rame, nichel, cobalto, litio, manganese, terre rare e uranio. La carenza di zolfo colpisce, solo per fare un esempio, la produzione delle batterie per automobili. Gli analisti del World Economic Forum hanno definito la crisi di Hormuz una «Polycrisis», in base a una definizione coniata dal filosofo francese Edgar Morin: «Il problema vitale prioritario è costituito non da un unico problema di vitale importanza, ma da molteplici problemi vitali legati fra loro, e dal complesso intreccio di problemi, conflitti, crisi e dinamiche incontrollate».

ATLANTISTI SE CONVIENE
La crisi di Hormuz del 2026 ha strappato il velo diplomatico a ciascun paese del G7, mettendo a nudo profonde fratture politiche dietro la retorica dell’unità. I partner europei del G7 sono allineati a parole con gli Stati Uniti (dichiarazioni che condannano l’Iran, chiedono la riapertura e sostengono la navigazione sicura), ma hanno dimostrato scarsa disponibilità militare effettiva e zero entusiasmo. Quando Washington ha chiesto aiuto agli alleati per riaprire la navigazione nello Stretto, sono arrivate risposte più fredde che tiepide, motivate da priorità domestiche e vincoli bellici difficili da aggirare, e questo ha molto irritato Washington. Il Canada si è rifugiato nel solito, comodo allineamento retorico, ma nulla di più. La Germania si è sfilata nettamente, liquidando il conflitto attivo come «non la nostra guerra», un commento che potevano risparmiarsi, e che ha provocato l’ira del presidente americano. Regno Unito e Francia hanno promesso, ma solo promesso, scorte navali, precisando però che saranno possibili solo dopo che sia stato raggiunto un cessate il fuoco stabilizzato. L’Italia ha offerto un aiuto condizionato promettendo l’invio di cacciamine, ma rifuggendo, come sempre, dal combattimento diretto.
Il nuovo governo del Giappone, che è il paese più esposto economicamente a questa crisi, con una dipendenza del 90% dal petrolio del Golfo potrebbe essere sensibile alle richieste di Washington, ma resta paralizzato dalla sua costituzione pacifista, limite che, peraltro, è condiviso anche da Germania e Italia. Gli Stati Uniti però ritengono, non senza motivo, di essere nel giusto, per almeno due ragioni: - primo, la guerra era l’unico strumento per bloccare l'atomica iraniana (come dimostrano decenni di ambiguità e bugie da parte dell’Iran); fermando la costruzione della bomba, il governo americano ritiene di aver agito nell’interesse di tutti; - secondo, il blocco dello stretto da parte dell’Iran è totalmente illegittimo. Gli americani ritengono che sia diritto-dovere da parte di tutti e di ciascuno far rispettare il diritto di navigazione nello stretto, La posizione americana si fonda su un principio preciso: lo Stretto di Hormuz è una via di navigazione internazionale e non può essere chiuso unilateralmente dall’Iran.
Gli Stati Uniti, nonostante siano grandi produttori di petrolio, soffrono anche loro (sebbene meno di altri) per l’aumento dei prezzi: l’inflazione complica la vita di qualunque governo democratico, e gli Americano sono molto sensibili al prezzo della benzina. Negli ultimi mesi, Trump ha attaccato alcuni degli alleati più stretti degli Stati Uniti nella Nato per la loro riluttanza a sostenere la sua campagna nel Golfo, e, per tali motivi, il presidente americano arriverà al vertice col dente avvelenato.

L’AGENDA DEL G7
Torniamo all’agenda del G7, e guardiamola dal punto di vista degli Usa. Mentre la riapertura dello Stretto è la priorità numero 1, e su questo sono tutti d’accordo, l’agenda del governo di Washington contiene anche altre priorità, sulle quali i partners del G7 fanno orecchie da mercante. Nella sua audizione davanti al Senato degli Stati Uniti, il 2 giugno scorso, il Segretario di Stato Marco Rubio, ne ha illustrate molte (e su questo torneremo), mettendo in risalto tre macro-temi: il primo macro-tema, la priorità assoluta, è riaprire Hormuz, perché i flussi fisici di energia, logistica, fertilizzanti, agricoltura e industria non sono sostituibili nel breve periodo, e, senza la riapertura dello Stretto, c’è il rischio che si innesti una crisi sistemica, capace di colpire sicurezza alimentare, inflazione e stabilità globale (in parole povere, sarebbe una recessione). Il secondo macro-tema del vertice riguarda la ridefinizione dell’architettura di sicurezza transatlantica. La competizione con la Cina costringe Washington a impegnarsi di più nell'area del Pacifico. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei capacità operative credibili, interoperabilità con la Nato e filiere industriali sicure. Gli europei devono diventare più autonomi, ma senza indebolire la Nato. L’Unione Europea, dal canto suo, ha risposto con un piano rafforzare la propria base industriale, ma persegue anche una riduzione non amichevole dalla dipendenza americana. Su queste pagine abbiamo già espresso il timore che sia in corso un piano di distacco non dichiarato dalla Nato. Per evitare fratture, l’autonomia europea dovrebbe trovare modo di essere complementare alla Nato, non alternativa. Il rischio è restare a metà strada: abbastanza autonomi da irritare Washington, non abbastanza forti da difendersi da sola. Una scelta suicida.
Frattanto, il limite di spese militari da centrare è stato innalzato al 5% del Pil, una soglia difficile da raggiungere per paesi che, per dirlo con le parole di Rubio «hanno smesso di crescere».

I governi europei sono sotto pressione per riuscire ad aumentare i budget della difesa senza intaccare la spesa sociale. Le tensioni politiche sono fortissime in tutti i paesi. Il Segretario alla Difesa britannico John Healey ha annunciato le sue dimissioni giovedì 11 giugno criticando il Primo Ministro Keir Starmer (un laburista come lui) per la sua riluttanza a spendere quanto è necessario per la difesa della Gran Bretagna. La pressione sulla spesa militare non arriva più solo da Washington, ma dalla Ue stessa, e si fa fatica a raccapezzarsi tra sforamenti di spesa ammessi e non ammessi. E poi, c’è il problema nel problema: i margini di manovra nei bilanci statali, non sono uguali per tutti i paesi. Prendi per esempio Germania e Italia: chi avrebbe più spazio per indebitarsi è meno incline a farlo; chi sarebbe più favorevole alla flessibilità ha meno margini per sostenerla.

Fin qui, non sono dettagli, ma problemi belli grossi. Tuttavia, il G7 si troverà ad affrontare un problema ancora più grosso, un dilemma esistenziale: che cosa resta del vecchio patto atlantico se l’America guarda al Pacifico e l’Europa prova a diventare autonoma sul piano militare, ma nel modo sbagliato? Non dimentichiamo che qui saremo in sede G7, e altre discussioni saranno certamente rimandate al prossimo vertice Nato del prossimo luglio in Turchia. Il terzo grande macro-tema apportato dall’agenda americana riguarda il controllo delle tecnologie del futuro. Qui il tema non è semplicemente l’«innovazione», ma, secondo il punto di vista statunitense, il controllo delle tecnologie fondative del potere geopolitico: IA, semiconduttori, terre rare, standard tecnici, catene di fornitura e alleanze industriali. Per Washington, la competizione tecnologica con la Cina non è un dossier economico tra gli altri: è il terreno su cui si decide la gerarchia di potenza dei prossimi decenni. Chi controlla semiconduttori avanzati, modelli di IA, capacità di calcolo, terre rare e standard tecnologici controlla non solo mercati, ma anche apparati militari, intelligence, industria, finanza, cybersicurezza e capacità di sorveglianza.

In questa logica, gli Usa hanno lanciato nel dicembre 2025 l’iniziativa «Pax Silica», un’iniziativa internazionale focalizzata sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento per tecnologie avanzate come semiconduttori, intelligenza artificiale ed elementi delle terre rare, con l’obbiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina e contrastare il suo dominio in questi settori. È primo passo per una Nato-2, o Nato-Tech. È interessante notare che dei 15 paesi che hanno aderito (per adesso) all’iniziativa, 6 sono Paesi europei membri della Nato (Finlandia, Grecia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Regno Unito). Qui sono maggiori le frizioni. Molti partner europei sembrano fare orecchie da mercante. Vorrebbero restare agganciati alla protezione americana, alla Nato, alla deterrenza nucleare spaziale e sottomarina, ma senza condividere fino in fondo la priorità strategica americana sulla tecnologia. In parte per interessi commerciali con la Cina, in parte perché credono che tutto sia a loro dovuto, con il solito snobismo UE, come quei nobili decaduti di certi film, proteggono i propri interessi commerciali e continuano a trattare il tema come materia che possa essere soggiogata con gli strumenti della regolamentazione della Ue.

Detto per inciso: cosa intende fare l’Italia? «Gli europei iniziano a pensare a una vita con meno America», ha detto Victor Cha, responsabile della politica estera presso il Center for Strategic and International Studies di Washington. Ma è un pensiero chiaramente adolescenziale, anzi, quello di un adolescente viziato. Ma se gli europei non riconoscono che la guerra in campo tecnologico è parte integrante della sicurezza occidentale, non dovrebbero poi stupirsi se Trump adotterà anche su questo dossier un approccio transazionale: non so cosa chiederà, però la sordità alle istanze americane comporta un prezzo da pagare, e lo si è già visto. Le carte, almeno per ora, ce le ha in mano Washington.

DIFESA DELL’OCCIDENTE
A Évian non ci sarà davvero il vertice su come «correggere gli squilibri globali». Forse ci verrà risparmiata la pantomima del gioco del cerino per trovare chi debba racimolare 13.000 miliardi (!) per finanziare la transizione climatica di qualcun altro. La crisi di Hormuz, sommata alla guerra in Ucraina, ha mostrato i limiti delle priorità europee fondate su clima, finanza e proclamazioni multilaterali politically-correct. L’agenda climatica europea appare improvvisamente secondaria. A Évian non si discuterà di come rimettere in ordine il mondo con formule eleganti, ma di quanto regga ancora il fronte occidentale del mondo e di chi sia pronto a difenderlo.

MACRON COME IL RE SOLE
Prima che si alzi il sipario sul vertice, torniamo per un attimo a Macron. Anche questa volta, l’astuta diplomazia del presidente francese si trasformerà in un boomerang: ha voluto invitare i leader del Global South al tavolo dei grandi, per discutere di come finanziare lo sviluppo (i famosi 1.300 miliardi per dieci anni), ma non avrebbe potuto scegliere momento peggiore: i «Grandi» hanno i loro grandi problemi, faranno fatica a far fronte agli impegni propri, e non hanno niente da offrire. Ma non aspettatevi mea-culpa dal presidente francese. Nel XVII secolo, il Re Sole decise di trasformare un capanno da caccia a Versailles nella reggia più sontuosa del mondo, per centralizzare il potere e mostrare la superiorità della Francia sul resto d’Europa. Per finanziare Versailles le finanze statali vennero prosciugate. Il segnale più grottesco dell’eccesso fu che le fontane della reggia richiedevano così tanta acqua da superare la capacità dei fiumi locali. Venne allora appositamente costruita la Macchina di Marly, un’ingegneria colossale e costosissima, solo per pompare l’acqua dalla Senna. Eppure, non bastava ancora: quando il re passeggiava nei giardini, i custodi dovevano fischiare per far attivare le fontane davanti a lui e far spegnere subito quelle alle sue spalle per risparmiare pressione. Anche la grandeur del Re Sole non poteva superare un limite fisico insuperabile. Chissà se il re era a conoscenza della cosa. Molto più saggio di Macron è stato, pochi giorni fa, Stavros Papastavrou, ministro greco dell’ambiente e dell’energia, il quale, intervenendo al Forum globale sull'energia, ha sostenuto che questa crisi sta facendo comprendere ai leader europei che le ambizioni nel settore delle energie rinnovabili, pur essendo «nobili», si basavano su «principi morali» ma «non tenevano conto della competitività dell’economia». In Europa avremmo bisogno di più Papastavrou e meno Macron. Chi lo avrebbe detto?

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