Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Quell'orgoglio di Israele che l'Europa non capisce

Esplora:

Il 79% degli israeliani soddisfatto della vita nel Paese, il 64% pronto ad arruolarsi

  • a
  • a
  • a

Da una parte sotto il tiro dei missili iraniani, dall’altra nel mirino di una società globale che punta il dito contro. È questo il destino sospeso dei cittadini israeliani, che devono dimenarsi anche fra aggressioni all’estero e accuse infamanti rivolte a una collettività intera colpevole solo d’essere tale. Eppure, nonostante tutto, la loro identità è più viva e pulsante che mai. A sottolinearlo è un report condotto da Lazar Research e Panel4all che, analizzando l’impatto del 7 ottobre 2023 e della conseguente guerra tutt’oggi in corso, mostra una realtà significativa: l’odio contro la società israeliana non ha fatto altro che risvegliare l’identità collettiva verso la nazione e nel rapporto con le tradizioni religiose.

Il report, condotto lo scorso marzo su un campione di 400 persone tra i 18-22 anni e fra la componente ebraica e araba, evidenzia dunque come l’orgoglio per la fede, che oltre alla direzione trascendentale passa attraverso il legame con il proprio popolo, sia profondamente interconnesso con il senso di appartenenza nazionale. Per il 46% degli intervistati, Israele è quindi un posto «molto buono» in cui vivere e infatti il tasso di soddisfazione generale per la vita si aggira attorno al 79%. Dati importanti per un Paese che vive circondato da nemici, con i bunker negli appartamenti, i rifugi nei parchi e l’obbligo perenne di leva militare che scatta all’età di 18 anni e si allarga con il richiamo dei riservisti. E di nuovo, i dati sono sorprendenti: il 64% aderirebbe alla riserva senza esitazione e un 33% lo farebbe per necessità, mentre solo un 3% si dice incerto o contrario. Sintomo, questo, di un senso di responsabilità verso la Patria più grande della consapevolezza di quanto c’è da perdere: la vita, in molti casi, ma anche la spensieratezza di una esistenza passata a difendersi da un nemico alle porte e a tratti da un Occidente non più cosciente del fatto che, diceva Ugo La Malfa, la sua libertà «si difende sotto le mura di Gerusalemme».

Il tutto potrebbe sembrare anomalo, ma in realtà è il normale corso di un processo sociologico. Georg Simmel spiegava infatti che il conflitto esterno al gruppo produce un rafforzamento interno del potere centrale e una rinuncia delle libertà individuali a favore del bene comune. Così accade in Israele, dove i giovani accettano di accantonare i propri desideri per difendere il proprio Stato. E il tutto mentre il mondo li condanna in contumacia. È proprio qui che si snoda la confusione fra il pregiudizio riservato unicamente contro lo Stato ebraico e la difficoltà di Israele nel comunicare con un mondo, specie quello europeo, che del linguaggio militare e del tema difesa custodisce solo un labile ricordo. Non aiutano certamente le dichiarazioni di alcuni ministri dell’area di governo, che distolgono l’attenzione dalla necessaria messa in sicurezza dello Stato. Come dall’altra parte non aiuta il pedissequo sbandieramento moralistico, incompatibile con la realtà, che ora chiede a Israele di cessare il fuoco contro nemici pronti a progettare l’arma nucleare.

Questo quadro, alla fine, si ritorce contro i cittadini israeliani sempre più braccati fra la necessità di lottare e il desiderio di non doverlo più fare. Contraddizioni che, però, non hanno inficiato nel loro sentimento verso una nazione sigillata sopra la promessa del «Mai più». Tutto ciò non penalizza minimamente la vivacità interna della dialettica politica, che alle elezioni 2026 deciderà se rinnovare il sentiero oppure dare inizio a un nuovo corso

Dai blog