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“Erdogan non sta bene”, impazzano le voci. Come cambiano gli scenari in Medio Oriente

Foto: Lapresse

Francesca Musacchio
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Recep Tayyip Erdogan non godrebbe di buona salute. Tornano a circolare indiscrezioni sulle condizioni del Sultano che, nell’ultimo periodo, sarebbero peggiorate. Le voci arrivano da ambienti vicini ad Ankara, ma al momento nessuna conferma. Tanto basta, però, per aprire la strada a speculazioni sulla contemporanea uscita di scena di Erdogan e della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, che aprirebbe uno scenario di rottura capace di ridefinire gli equilibri nell’area. Il Sultano, già in passato, è finito al centro dell’attenzione proprio per problemi di salute. Nel 2012 subì un intervento intestinale, che all’epoca alimentò voci su una grave patologia poi smentite. Ma ancora più clamore suscitò quanto accaduto il 25 aprile 2023, quando il presidente accusò un malore in diretta televisiva durante un’intervista, costringendo all’interruzione della trasmissione e alla cancellazione di alcuni impegni elettorali. Le autorità parlarono di una gastroenterite acuta, escludendo problemi cardiaci e smentendo le voci di ricovero d’urgenza. Da allora, la linea ufficiale è rimasta invariata: nessuna malattia grave, solo episodi temporanei. Ma in un sistema fortemente personalizzato, anche segnali minimi assumono un peso politico sproporzionato.

 

 

La Turchia, infatti, ruota attorno alla figura di Erdogan da oltre vent’anni. Un’eventuale impossibilità a governare, anche temporanea, attiverebbe meccanismi costituzionali formali, ma aprirebbe al tempo stesso una fase di incertezza politica. Al momento non esisterebbe un successore designato e la leadership dell’Akp è interamente costruita attorno al presidente. In quel contesto, apparati di sicurezza, intelligence e diplomazia diventerebbero i veri garanti della continuità, mentre l’indirizzo politico potrebbe ricalibrarsi rapidamente verso una postura più istituzionale e meno personalizzata. È qui che lo scenario turco si intreccia con quello iraniano. I rapporti tra Ankara e Teheran, negli ultimi quindici anni, sono stati segnati da una convivenza forzata: cooperazione pragmatica quando necessario, rivalità aperta quando gli interessi divergono. Dalla Siria all’Iraq, fino al Caucaso, Turchia e Iran hanno evitato lo scontro diretto, consapevoli di non potersi né ignorare né affrontare frontalmente.

 

 

Erdogan e Khamenei hanno rappresentato i perni di questo equilibrio instabile, anche attraverso il coordinamento con Mosca. In Iran, però, la variabile leadership è ancora più sensibile. La possibile uscita di scena di Khamenei avverrebbe mentre il regime è sotto pressione per proteste diffuse, repressione violenta e il rischio di un attacco statunitense. Una leadership iraniana indebolita o in transizione ridurrebbe la capacità di deterrenza politica, aprendo quella che analisti definiscono una «finestra operativa», in cui la pressione militare esterna potrebbe accelerare dinamiche già in corso. Se Erdogan e Khamenei venissero meno contemporaneamente, l’effetto sarebbe moltiplicatore. La Turchia, privata del suo leader carismatico, potrebbe riallinearsi più rapidamente all’Occidente, riducendo l’ambiguità strategica che ha caratterizzato l’era Erdogan. L’Iran, al contrario, entrerebbe in una fase di massima vulnerabilità, con un governo da ricreare e un periodo di transizione dai contorni non chiari. In mezzo, la Russia perderebbe due interlocutori chiave del fragile asse che ha gestito negli ultimi anni parte delle crisi regionali. Non si tratterebbe solo di un cambio di leadership, ma della fine di un equilibrio personale che ha retto conflitti e negoziati.

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