Milizie irachene in Iran: Ali Khamenei cambia le guardie del corpo
Le milizie sciite sostenute dall’Iran tornano a muoversi tra Iraq e Libano mentre Teheran affronta la più ampia ondata di proteste degli ultimi anni. Gruppi armati iracheni filo-iraniani avrebbero avviato da quattro giorni una mobilitazione straordinaria di combattenti destinati a sostenere la Repubblica islamica nella repressione delle manifestazioni interne. Fonti concordanti indicano che circa 800 miliziani sciiti iracheni sarebbero già stati schierati.
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La maggior parte appartiene a Kataib Hezbollah, Harakat al-Nujaba, Sayyid al-Shuhada e all’Organizzazione Badr, formazioni centrali nell’architettura militare costruita dall’Iran in Iraq dopo il 2003. Il trasferimento avverrebbe attraverso i valichi di Shalamcheh, Chazabeh e Khosravi, ufficialmente giustificato come pellegrinaggio verso il santuario dell’Imam Reza a Mashhad. In realtà, i combattenti verrebbero concentrati in una base collegata al complesso riconducibile alla Guida suprema ad Ahvaz, prima di essere redistribuiti in diverse regioni per operazioni di ordine pubblico e sicurezza. Le autorità irachene sarebbero a conoscenza della mobilitazione, inserita in un contesto regionale già segnato da tensioni crescenti anche in Libano, dove le milizie filo-iraniane di Hezbollah restano in stato di allerta lungo il confine meridionale.
Tutto secondo i legami creati e sostenuti dall’IRGC, i Pasdaran, nel corso degli anni. In Iran, intanto, le proteste e gli scioperi proseguono senza interruzione da oltre dieci giorni e Khamenei, stretto in una morsa, avrebbe deciso di cambiare le sue guardie del corpo. Secondo la Human Rights Activists News Agency, il bilancio aggiornato è di almeno 36 morti, 51 feriti e oltre 2.000 arresti dall’inizio delle manifestazioni scoppiate il 28 dicembre nel Grande bazar di Teheran, sullo sfondo del crollo del Rial e del rapido deterioramento delle condizioni economiche. Le mobilitazioni hanno coinvolto almeno 222 località in 78 città di 26 province, con scontri segnalati a Teheran, Shiraz, Mashhad, Tabriz, Rasht, Bandar Abbas, Kermanshah e Lorestan. Secondo attivisti e fonti locali, in alcune aree i manifestanti sono riusciti temporaneamente a respingere le forze dell’ordine, con stazioni di polizia assediate e agenti costretti a ritirarsi.
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Le proteste hanno raggiunto settori strategici dell’economia, dai porti agli impianti energetici nell’area di Pars. In diverse città sono riemersi slogan apertamente monarchici e appelli al ritorno della dinastia Pahlavi, mentre i principali partiti curdi iraniani hanno espresso sostegno agli scioperi e annunciato una giornata di mobilitazione generale nel Rojhelat. Il governo di Teheran, da parte sua, alterna segnali di apertura e fermezza. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alla polizia di evitare scontri diretti con i manifestanti, salvo in caso di minaccia alla sicurezza nazionale, mentre il portavoce del governo ha promesso dialogo e ascolto delle richieste popolari.
Parallelamente, attivisti per i diritti umani denunciano l’arresto di centinaia di adolescenti e studenti nelle ultime giornate di protesta. Sul piano internazionale, diversi Paesi hanno innalzato il livello di allerta. L’Australia ha invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran «il prima possibile», mentre la Russia avrebbe iniziato l’evacuazione dei connazionali dall’area. Tre voli dell’esercito di Mosca, nelle ultime 24 ore, avrebbero evacuato urgentemente il personale dell'ambasciata russa in Israele, insieme alle loro famiglie. In questo quadro di crescente instabilità, restano sullo sfondo i movimenti militari statunitensi nella regione. Nelle ultime ore è stata segnalata un’intensa attività logistica dell’aeronautica Usa, con il trasferimento di aerei da trasporto e rifornimento tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente, mentre Washington ribadisce di monitorare con attenzione l’evoluzione della crisi iraniana.
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