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Narcos, barili e difesa: il piano di Trump dal Venezuela alla Groenlandia

Foto:  Ansa/Ansa

Ignazio Riccio
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Dal petrolio venezuelano all’Artico, Donald Trump accelera sulla ridefinizione degli equilibri globali e riafferma una dottrina che mette al centro interessi strategici, sicurezza nazionale e controllo diretto delle risorse. Una linea che rompe tabù diplomatici e mette in difficoltà alleati e avversari.

L’annuncio dell’intesa con il nuovo governo provvisorio di Caracas per la consegna agli Stati Uniti di decine di milioni di barili di greggio (tra i 30 e i 50 milioni di barili) segna un passaggio chiave nella nuova fase dei rapporti tra Washington e il Venezuela. Secondo il presidente americano, il petrolio – definito di “alta qualità” e pienamente autorizzato per il mercato statunitense – sarà estratto, trasportato e commercializzato sotto la supervisione diretta dell’amministrazione Usa, con il Dipartimento dell’Energia in prima linea.

 

L’operazione arriva a poche ore dalla caduta di Nicolás Maduro, catturato il 3 gennaio durante un’operazione militare che ha provocato oltre cinquanta morti e ha portato Delcy Rodríguez ad assumere la presidenza ad interim. Trump non ha perso tempo: riconoscimento immediato del nuovo esecutivo e richiesta di accesso totale alle risorse energetiche del Paese. Una mossa che riporta l’America Latina al centro della proiezione di potere statunitense, in un’area che la Casa Bianca considera parte integrante del proprio spazio strategico.
Rodríguez, pur confermando una cooperazione con Washington, ha rivendicato pubblicamente la sovranità del Venezuela, respingendo l’idea di un Paese governato dall’esterno. Dichiarazioni che mostrano come l’equilibrio tra sostegno americano e autonomia politica resti fragile.

 

Ma se il Venezuela rappresenta il fronte sud della nuova dottrina Trump, è il fronte nord a generare le tensioni più gravi con l’Europa. La Casa Bianca ha infatti confermato che il presidente sta valutando diverse opzioni per acquisire la Groenlandia, inclusa quella militare. “L'acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è fondamentale per scoraggiare i nostri avversari nella regione artica”, ha affermato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Una posizione che ha fatto scattare l’allarme tra gli alleati Nato, già impegnati a rafforzare la propria difesa in funzione anti-russa.

Per Washington, la Groenlandia è un imperativo di sicurezza nazionale: controllo dell’Artico, nuove rotte commerciali, risorse minerarie ed energetiche, deterrenza verso Russia e Cina. Tuttavia, l’ipotesi di un’acquisizione forzata di un territorio sotto sovranità danese rappresenterebbe una frattura senza precedenti all’interno dell’Alleanza Atlantica.

 

La Danimarca ha aperto a un rafforzamento della presenza militare americana sull’isola, ma Trump sembra puntare a una soluzione più radicale: il pieno controllo. Una linea respinta con forza da diversi governi europei, che hanno ribadito il principio della sicurezza collettiva e il rispetto dell’integrità territoriale degli Stati.

Nel disegno che emerge, Venezuela e Groenlandia sono due facce della stessa strategia: assicurare agli Stati Uniti risorse e posizioni chiave attraverso una politica estera assertiva, pronta a forzare i confini del diritto internazionale. Trump rivendica il diritto di agire in nome della sicurezza americana. Il prezzo, però, potrebbe essere una nuova stagione di instabilità e uno scontro diretto con gli alleati storici dell’Occidente.

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