Enrico Letta la mette sul sacrificio estremo. «Non saremo più la protezione civile». Ovvero: non governeremo più in una logica che non sia quella di coalizione di centrosinistra. Fisiologico pronunciare queste parole quando già rombano i motori di una campagna elettorale per il rinnovo del prossimo Parlamento.
Ma in politica vige la legge dell'archivio. E sarà pure stato un grande, enorme, gravoso sacrificio, fatto sta però che dalla caduta del quarto governo Berlusconi (l'ultimo sostenuto da un'alleanza corrispondente a quella sottoposta al giudizio degli elettori), i Dem hanno governato quasi sempre. In un undici anni, se si esclude la parentesi di un anno del Conte 1, sono stati in cabina di regia per ben dieci.
Anche all'inizio, va detto. Vero che il governo Monti, sostenuto, assieme ai dem, anche dall'allora Pdl e dal Terzo Polo, aveva una squadra di ministri prettamente tecnici, ma nella compagine di sottosegretari e viceministri molti erano comunque di aree riferibili alle forze di maggioranza. E addirittura ci fu una polemica per l'assegnazione di uno di questi incarichi, nello specifico un sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio, ad un ex parlamentare dell'Ulivo, che già aveva fatto parte dei governi D'Alema ed Amato: il docente universitario Giampaolo D'Andrea.
La legislatura seguente, poi, si aprì con la «non vittoria» di Pierluigi Bersani, frenato sulla via di Palazzo Chigi da un rimontone di Silvio Berlusconi. Niente paura: perché se il politico di Bettola non divenne mai Presidente del Consiglio (dopo settimane di trattative estenuanti ed infruttuose), comunque il ruolo fu tenuto da un esponente del Nazareno per tutto il quinquennio. Si comincia proprio con Enrico Letta, che chiude un accordo con l'allora Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi. Un Esecutivo che non arrivò neanche a spegnere la prima candelina. Per l'uscita del leader di Arcore, che nel frattempo aveva ri-fondato Forza Italia? No. Su quel versante, in realtà, Letta aveva potuto contare sul soccorso del «Nuovo Centro Destra», nato dall'addio al Pdl delle «colombe» guidate da Angelino Alfano. In realtà Letta fu rovesciato da una manovra tutta interna al partito, guidata da un Matteo Renzi in ascesa che poi ottenne lui l'incarico di formare un governo. Dando il via ad una prassi molto ritagliata sulla retorica della velocità, del fare, del travolgere ritualità e logiche di confronto (anche, ricordiamo, con i corpi intermedi) che giudicava superate.
Un'esperienza che polarizzò molto il quadro politico e l'opinione pubblica, e infatti durò poco, andandosi a schiantare dopo due anni e mezzo sulla sconfitta al referendum costituzionale. Dopo una fine così rovinosa e un Pd che nel frattempo aveva subito la scissione importante dei bersaniani, però, si andò avanti per quel poco che restava della legislatura con un governo affidato sempre ad un esponente Pd, Paolo Gentiloni.
Un Esecutivo di decantazione, dopo le turbolenze dell'ex rottamatore. Inizia la diciottesima legislatura e c'è un anno di pausa, con il Conte 1, Lega 5 Stelle. Dopo appena un anno, ecco il Conte 2. La «protezione civile», guidata allora da Zingaretti, accetta di andare al governo con i pentastellati, dopo anni di bombardamenti di contumelie durati fino a qualche settimana prima. Un'esperienza che non aveva alcun senso, se non impedire che, da un'eventuale tornata elettorale, avesse vinto un centrodestra a trazione salviniana. E infatti, se non ci fosse stato il Covid, il governo sarebbe caduto a inizio 2020. Il resto è storia. Tra pandemie, guerre e larghe intese, tanti cambiamenti e una costante: il Pd ancora al governo.
