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radiazioni e omertà

Tra i fantasmi di Dubovy Log. La vita impossibile con gli effetti di Chernobyl

Immaginate di vivere in una zona con un tasso di radiazioni che va ben oltre la soglia consentita. Immaginate ancora di abitare in un paese, in una regione dove tutto è contaminato, radioattivo: il cibo con cui ti nutri quotidianamente, l’acqua che bevi e persino la legna che usi necessariamente per scaldarti per resistere alle rigide temperature della zona. E ancora immaginate di combattere contro un ‘nemico invisibile’ reso ancora più ‘forte’ grazie alla mancanza totale di informazioni, di notizie che vengono filtrate, manipolate e nella maggior parte dei casi, omesse.

Benvenuti a Dubovy Log, il villaggio della provincia di Dobrush, regione di Gomel a sud della Bielorussia, al confine con l’Ucraina e che dista solo 350 chilometri da Chernobyl.

Il Tempo dopo aver documentato nella prima parte del reportage in Ucraina, la situazione che vive la popolazione della cittadina di Radinka, si è recato - grazie all’organizzazione Mondo in Cammino e il presidente Massimo Bonfatti - nell’area abitata più contaminata dalle radiazioni.

Un luogo (dopo la terribile esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta la notte del 26 aprile del 1986), dimenticato da Dio nel sud della Bielorussia, al confine con l’Ucraina ma anche dalla Russia.

Dimenticato da Dio ma non da chi quotidianamente ci vive nonostante il pericolo costante per la propria salute. E’ proprio in questa zona infatti che le polveri radioattive (trasportate da pioggia e vento) si riversarono e depositarono su tutto il territorio.

Partendo dalla capitale bielorussa Minsk, passando per Mogilev dopo un viaggio che sembra non terminare mai, troviamo ad ‘accoglierci’ troviamo un vecchio cartello arrugginito con la scritta Dubovy Log. Davanti a noi si apre una stradina sterrata, innevata circondata da alti alberi dalla scura corteccia. Il cielo – che qui sembra sempre ‘appesantito’ da una lugubre memoria – appare ancora più triste.

Ci addentriamo all’interno di questo luogo ‘sospeso’ su cui ricade ancora la ‘maledizione’ di Chernobyl e i cui livelli di contaminazione la rendono la cittadina più contaminata anche rispetto a Prypjat, il villaggio evacuato e abbandonato dopo l’esplosione del reattore. Intere case e edifici scomparirono: abbattuti, bruciati e infine sepolti- come la verità-  sotto il terreno.

Il presidente di Mondo in Cammino, esperto e conoscitore del luogo ci presenta la responsabile del kholkoz (i nostri consorzi per intenderci), che grazie all’associazione andrà a dirigere il nuovo doposcuola di Dubovy Log. Qui infatti nonostante il pericolo arriva gente che vuole lavorare. Nuclei familiari con bambini che, al momento non hanno punti di ritrovo dove andare.

Il doposcuola e centro di informazione - fatto aprire grazie anche all’interno dell’organizzazione di volontariato Mondo in Cammino - infatti è stato vandalizzato come ci spiega lo stesso Bonfatti: “Dopo la precedente visita di oltre un mese fa, il doposcuola è stato ulteriormente vandalizzato. Una desolazione visibile a occhio nudo e palpabile nelle mani che si stringono in un moto di rabbia. E pure felicità, in una girandola di emozioni e contraddizioni, perché – nonostante tutto - si sono messe le basi per ricostruire un nuovo doposcuola grazie al direttore del kholkoz che ha messo a disposizione un locale - la ex stanza dei meccanici nella vecchia ala del kholkoz ora in fase di ristrutturazione - dove ostinatamente esso potrà rinascerà per permettere ai bambini del villaggio di avere un posto in cui incontrarsi dopo le lezioni scolastiche a Dobrush, in cui potere svolgere compiti, giocare e, soprattutto, usufruire di una abbondante merenda in grado di sottrarre una quota parte di alimentazione all’economia di sussistenza delle singole famiglie, basata sull’utilizzo di prodotti che crescono da terreni contaminati, di animali da cortile che gironzolano su terreni contaminati”.

Come spiega lo stesso presidente, di contaminazione radioattiva qui infatti non si parla mai: “Dicono che tutto è pulito, ma solo un po’ più avanti è ancora contaminato.” – prosegue Bonfatti –“E infatti a 50 metri dall’ultima curva che porta verso l’ingresso del villaggio, c’è effettivamente un segnale di pericolosità radioattiva: ma, sottolineo, a 50 metri di distanza, come se a quella ipotetica linea, fosse un confine invalicabile, capace  di ‘stoppare’ i radionuclidi e a confinarli in un terreno piuttosto che in un altro.

Il nostro ‘viaggio’ all’interno di Dubovy Log prosegue fra case diroccate, allevamenti di bovini, balle di fieno, fango e una desolazione che ti penetra dentro ancor più del freddo pungente. 

Un attimo illuminato ce lo regala un signore del luogo che ci fa entrare nella sua casa e che, abbracciato al suo gatto, sorride come se fosse nel posto più bello del mondo.

Prima di entrare nell’abitazione di una famigliola del luogo un trattore ci attraversa la strada riportandoci ad un’epoca passata e così distante dalla nostra.

Misha ci fa entrare nella sua umile ma dignitosissima dimora in cui abita con sua moglie, i tre bambini e la loro nonna. Grazie al dopo scuola – ora purtroppo vandalizzato- usufruivano almeno di un pasto al giorno non contaminato. L’alloggio gli è stato offerto dal  kholkoz ma lo stipendio che prende Misha a malapena riesce ad aiutarli per le spese quotidiane. I soldi infatti vanno tutti via per il riscaldamento, quantomeno necessario qui. Ha il suo orto, il maiale e le sue galline. Ma è un circolo vizioso che ripropone l’assunzione appunto di radioattività.

Uscendo notiamo un piccolo cumolo di sabbia dove ci sono i giocattoli dei suo bambini. Uno scenario triste ma ripeto che mostra tutta la dignità di queste persone che nonostante vivano in un luogo dimenticato da Dio riescono a ‘sopravvivere’ con poco, anzi con niente.

Andando via la ‘pesantezza’ del posto si sente tutta. Duboy Log potrebbe essere il perfetto scenario di una serie televisiva di quelle che vanno tanto in voga ora, ma l’unica ‘scena’ che va in ‘onda’ qui quotidianamente è l’omertà, la desolazione ma sicuramente un grande coraggio di chi cerca di cambiare le cose e chi prosegue a vivere nonostante tutto.

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