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Fisco leggero ai giovani. Irpef zero il primo anno, poi sconti fino al quinto. Mille euro in più al mese

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Giancarlo Giorgetti - Ministro dell'Economia Maria Anghileri . Presidente Giovani Imprenditori Confindustria  

La proposta della Anghileri presidente dei giovani di Confindustria Il Tempo la rilancia e fa i conti: potrebbe costare 2,7 miliardi l'anno

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C’è un altro ceto dove è più urgente che mai intervenire per la riduzione del carico fiscale. Non solo la classe media, dunque, come descritto nella prima puntata dell’approfondimento de Il Tempo nel mondo del fisco, ma anche gli under 35, quei giovani che entrano nel mondo del lavoro con maggiori insicurezze rispetto ai genitori e soprattutto con stipendi molto più bassi. Troppo esigui per consentire progettualità familiari o accumulazione di patrimonio. Serve proprio per questo segmento un’azione incisiva. E Il Tempo che, sul dibattito per un vero taglio delle tasse ha iniziato a proporre il tema all’attenzione dei decisori, riprende una proposta che va proprio nella direzione di portare risorse aggiuntive in tasca ai più giovani.

La misura consisterebbe in un’esenzione Irpef decrescente su cinque anni. Nel dettaglio si partirebbe da uno sgravio totale dell’Irpef pari al 100% il primo anno che scalerebbe gradualmente fino a uno sconto del 20% sull’imposta il quinto e ultimo anno. Il campo di applicazione sarebbe limitato a chi guadagna, tra i dipendenti con meno di 35 anni, fino a 50mila euro l’anno. La misura targata Confindustria l’ha fatta Maria Anghileri, presidente dei giovani dell’associazione di viale dell'Astronomia.


Per ora è solo un’idea ma avrebbe un effetto fortemente amplificativo della capacità di spesa degli occupati più giovani perché, sempre secondo le stime confindustriali, porterebbe nelle buste paga il primo anno di applicazione fino a mille euro in più al mese per i redditi vicini al tetto. «Mille euro in più che cambiano la vita, che permettono di pagare l’affitto, di mettere da parte qualcosa, di decidere di restare qui invece di andare altrove.


Nel confronto con le giovanili dei partiti politici abbiamo sentito da tutti loro proposte che vanno in questa direzione per facilitare la strada dei giovani. Ora serve trovare chi abbia il coraggio di attuarla nella maggioranza o nell’opposizione. È una proposta forte, in grado veramente di portare l’Italia tra i paesi più attrattivi d’Europa. Sappiamo bene che ha un impatto economico, ma ci rifiutiamo di considerare questa misura come un costo, perché è un investimento per il futuro. Si tratta di fare delle scelte, se vogliamo continuare ad usare le risorse per le pensioni anticipate oppure per dare più soldi ai giovani, e noi su questo non abbiamo dubbi» ha spiegato a Il Tempo la Anghileri. Il costo complessivo, come detto, non è stimato.


Si può fare solo un conto a spanne e senza nessuna evidenza statistica. Si può partire dalla composizione numerica della categoria che, secondo l’Istat, è un insieme di circa 5,4 milioni di persone con un salario medio percepito di 25mila euro l’anno. Una fascia di reddito sulla quale l’aliquota applicata è quella del 23%. In soldoni, e al lordo delle detrazioni, un lavoratore del genere lascia allo Stato circa 500 euro al mese.


Lavorando su questo approssimazione si può immaginare che, il primo anno, quello dello choc fiscale, il costo per lo Stato si può aggirare attorno a 2,7 miliardi di euro. Numeri importanti, sicuramente poco sostenibili per l’attuale del bilancio dello Stato. Ma guarda caso anche in questo caso in linea con la stima fatta dal centro studi di Confcommercio sull’estensione dell’accorpamento dell’Irpef, dal 35 al 33%, anche ai redditi compresi tra 50 e 60mila euro l’anno, attualmente esclusi dal beneficio. Per finanziare quest’ultima misura la stima è di circa 2,5 miliardi. Che rappresentano quasi lo 0,1% del Pil del Paese. Così nell’ipotesi che l'Italia uscisse dalla procedura di deficit eccessivo a settembre, come auspicato nelle scorse settimane dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, e la barra dell'indebitamento si portasse sotto il 3%, basterebbe una frazione del margine di spesa aggiuntivo a disposizione con l’emissione di debito, per mettere i giovani nella condizione di consumare e investire di più con beneficio per l’intero sistema economico. Solo ipotesi di lavoro. Meglio farle presente però.

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