crisi economica
Guerra Iran-Usa, rischio su petrolio e inflazione globale: mercati in agitazione
L’attacco degli Stati Uniti e di Israele sull’Iran e la risposta di Teheran che ha colpito anche altri paesi dell’area come Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein dove sono dispiegate le truppe americane rischiano di avere delle ripercussioni economiche importanti e in particolare sull’andamento del prezzo del petrolio. Dallo Stretto di Hormuz, che è un passaggio chiave per il petrolio globale, transita circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio. E le alternative logistiche sono limitate o più costose. Secondo Capital Economics, citato dal “Wall Street Journal”, “interruzioni prolungate della produzione iraniana di greggio o un blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero contribuire a far salire il prezzo del petrolio sui 100 dollari, trascinando con sé anche i prezzi del gas naturale”. Un aumento del prezzo del petrolio, questo, che “potrebbe aggiungere dallo 0,6 allo 0,7% all’inflazione media globale”. E questo, scrive il quotidiano economico Usa, “potrebbe sconvolgere una fragile economia globale già martoriata dai conflitti commerciali, incoraggiare le principali banche centrali ad interrompere la riduzione dei tassi di interesse o addirittura invece spingere alcune banche centrali ad aumentarli”.
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Nei giorni scorsi Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di Ig Italia aveva stimato che un attacco massiccio degli Stati Uniti sull’Iran e il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe potuto provocare un aumento del prezzo del petrolio compreso tra il +5 e il +15% mentre con un attacco limitato o dimostrativo per intimidire Teheran il greggio avrebbe potuto una crescita tra il 2 e il 6%. La principale fonte di preoccupazione per i mercati, rileva il “Financial Times”, è il peso dell’Iran sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale devono transitare il petrolio e il gas dei suoi vicini del Golfo, nonché il suo sostegno a milizie in tutta la regione che potrebbero lanciare attacchi contro le infrastrutture energetiche. Circa 21 milioni di barili di petrolio provenienti da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti transitano ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha ripetutamente minacciato di chiudere questo punto nevralgico e negli anni ’80 ha disseminato mine lungo il corso d’acqua. Ma non solo. L’Iran, ricorda il quotidiano economico britannico, possiede le quarte maggiori riserve accertate di petrolio al mondo “anche se anni di sanzioni e di mancati investimenti hanno ostacolato le sue esportazioni”. Il Paese ha prodotto 3,45 milioni di barili al giorno (b/g) di petrolio a gennaio, secondo l’International Energy Agency, meno del 3 per cento dell’offerta globale. Quasi tutte le esportazioni dell’Iran, sottolinea l’Ft, “sono dirette verso la Cina, principalmente verso le raffinerie indipendenti nella provincia di Shandong, disposte ad acquistare petrolio sanzionato con un forte sconto. Il greggio iraniano ha rappresentato circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare lo scorso anno”, secondo Kpler, società di dati energetici.
Teheran, osserva il “Financial Times”, in ogni caso, ha “una vulnerabilità significativa: quasi tutto il suo greggio transita attraverso un unico terminale di esportazione, l’isola di Kharg, situata a circa 15 miglia al largo in acque più profonde. Negli ultimi giorni, il terminale ha aumentato le esportazioni e ridotto le proprie scorte di greggio”. Tuttavia, osserva il quotidiano economico britannico, “la perdita dei barili iraniani non sarebbe, di per sé, sufficiente a sconvolgere il mercato. Con l’offerta globale destinata a superare la domanda nella prima metà di quest’anno, l’impatto dovrebbe essere limitato”. La produzione iraniana, rileva Giovanni Staunovo di Ubs, potrebbe essere compensata da una maggiore produzione dall’Arabia Saudita o dall’uso degli stoccaggi in caso di breve interruzione. “Nel contesto attuale, i mercati potrebbero assorbirlo se il petrolio iraniano domani non ci sarà più”, sottolinea Richard Nephew, ex vice inviato speciale degli Stati Uniti per l’Iran, ora al Center on Global Energy Policy della Columbia University. Teheran, comunque, molto probabilmente farà di tutto per non interrompere il flusso di greggio, osserva Dan Marks, ricercatore in sicurezza energetica presso il Royal United Services Institute. “Il regime è appeso a un filo e, se si aggiungesse lo stop alle esportazioni di petrolio, sarebbe un colpo enorme”. Per l’esperto, comunque, Teheran ha poche opzioni sul tavolo: “Se l’economia fosse sana e il regime forte, potrebbe bloccare le esportazioni o chiudere lo Stretto di Hormuz. Basta dire che sono state posate delle mine o lanciare qualche missile e il traffico marittimo si fermerebbe. Nessuno vuole che il proprio equipaggio venga ucciso”, sottolinea Marks. “Ma quale sarebbe il risultato finale? Il mondo potrebbe resistere a una crisi per alcune settimane, ma ci sarebbero ulteriori azioni militari, i paesi vicini sarebbero scontenti, la valuta subirebbe un’impennata e si rischierebbe l’iperinflazione”. L’Iran, inoltre, esporta anche gas naturale verso Paesi vicini, tra cui Turchia e Iraq, ma questi flussi sono spesso soggetti a interruzioni. Le forniture verso l’Iraq sono state recentemente sospese per quelli che Teheran ha definito problemi tecnici, mentre il commercio di gas con il Turkmenistan è stato discontinuo dopo controversie legate a fatture non pagate. Il conflitto comunque avrà delle ripercussioni a livello globale anche indirette. David Fyfe, capo economista di Argus, riferisce il “Financial Times”, ha evidenziato gli effetti che lo stop del petrolio iraniano potrebbe avere per le raffinerie cinesi, che finora hanno beneficiato del greggio a basso costo proveniente da Russia, Venezuela e Iran. Qualsiasi carenza di offerta le spingerebbe verso qualità mediorientali più costose, comprimendo i margini. Questa pressione potrebbe trasformarsi in una leva politica nei negoziati tra Washington e Pechino. “Trump sta puntando chiaramente la sua balestra contro Pechino”, sottolinea Fyfe: “La grande domanda è se porterà fino in fondo questa strategia”.