L'altra faccia del Divin Marchese
Non solo depravato provocatore della morale pubblica ma anche strenuo difensore delle leggi di Natura
Sodale in stravaganze e trasgressioni di Donatien-Alphonse-François de Sade, il Divino-e-Diabolico Marchese, Guillaume Apollinaire gli dedicò nel 1909 un saggio «ricco di sotterranee complicità», ora riproposto da Elliot (prefazione di Giuseppe Scaraffia, pp. 93, euro 10). Leggiamo: «Fin dalla giovinezza si diede alle più svariate letture: leggeva ogni genere di libri ma soprattutto le opere di filosofia, di storia e le relazioni dei viaggiatori che gli fornivano informazioni sui costumi dei popoli lontani (...). Era un buon musicista, danzava alla perfezione, cavalcava molto bene, era bravissimo nella scherma e si interessò anche di scultura. Amava molto la pittura e passava lunghe ore nelle pinacoteche. Lo si vedeva spesso al Louvre. Le sue conoscenze si estendevano ad ogni ambito dello scibile. Conosceva l'italiano, il tedesco e il provenzale (...). Diede dimostrazioni innumerevoli di coraggio. Amava la libertà più di ogni altra cosa. Tutto in lui, le sue azioni, il suo sistema filosofico, testimoniano di un amore appassionato per la libertà, ma nel corso della sua vita (che il suo valletto Carteron chiamava «vitaccia») ne fu privato a lungo». Un «santino»? In realtà Apollinaire fa anche i conti con le accuse di «mostruosa oscenità» rivolte allo scatenato libertino, dunque con la sua «depravazione» e la sua «follia». Per assolverlo, all'insegna del binomio «genio e sregolatezza»? Diremmo, piuttosto, per (ri)aprire la discussione. Con un fine ben preciso: il sublime aristocratico, campione di ogni provocazione ma anche pensatore di rango, spesso sgradevole nella sua protervia ma mai banale, non deve essere confuso con gli «scolaretti» del sadismo, con gli «apprendisti stregoni» che vagheggiano una vita moralmente «spericolata» e poi si rivelano pavidi borghesucci. Sade - ricorre in questo mese il bicentenario della sua morte ed è l'occasione per affrontare scabrosità e complessità del personaggio - non è soltanto lo scrittore perverso che ricama per le sue eroine tenebrosi scenari, dove le innocenti (Justine) soffrono di tutto e di più e le depravate (Juliette) si scatenano in ogni possibile scelleratezza. Infatti, come evidenziano le sue divagazioni intellettuali (ad esempio i tre brevi scritti, tutti datati 1782, compresi nel volumetto «Strenne filosofiche», edito da La Vita Felice (a cura di Marco Noja, con un saggio di Elémire Zolla, pp.165, euro 11,50), il Divin Marchese è anche e soprattutto l'ultimo, più violento e più estremo discepolo della Raison. Perché va oltre le scintillanti effervescenze libertine di Voltaire e Diderot, e mostra di sdegnare ogni forma di ateismo tollerante e salottiero. La libertà? Si realizza solo nel desiderio soddisfatto. Punto. Al diavolo, dunque, non solo i preti oscurantisti ma anche i «philosophes» illuminati. Altro punto. Fermo. I tre scritti - «Strenna filosofica», «Lettera a M.lle Rousset», «Dialogo di un prete e un moribondo» - sono tra i primi che il Marchese redasse in prigione. Dove, detenuto prima per volontà del Re, poi della Rivoluzione, infine dell'Imperatore, trascorse trent'anni, riempiendo d'inchiostro migliaia e migliaia di pagine. Tutte dedicate, come ricorda Zolla, a smantellare l'immagine di Dio, il principio del bene e ogni ideale di virtù, giustizia e tolleranza. In nome di un relativismo scettico radicale conforme a Natura. E cosa vuole la Natura amorale e «sadica»? Il predominio della forza, il piacere sfrenato, il diritto al delitto. Ma Sade sosteneva proprio questi orribili principi e li incarnava in una vita «al di là del bene e del male», capace di scandalizzare, a un tempo, gli austeri difensori dell'Ançein Régime e gli appassionati alfieri della Rivoluzione? Lui, certo, si sentiva un incompreso e sfoderava massime taglienti a propria autodifesa e a scorno di tutti i ben pensanti. Leggiamo: «Non è il mio modo di pensare che ha fatto la mia rovina, ma il modo di pensare degli altri». E ancora: «Per l'uomo non c'è altro inferno che la stupidità e la malvagità dei suoi simili». Insomma, lui era l'uomo di eccezione e i suoi giorni e le sue opere erano conformi alla Natura e alla Raison; gli altri erano i miserabili servitori della Regola, cui mancava il coraggio di seguire gli impulsi dell'istinto, felicemente proiettato verso la soddisfazione di ogni desiderio, nonché gli stimoli di un intelletto sgombro da pregiudizi e pronto a tutte le sfide. Dolce e voluttuosa vita, dunque, quella che irride ad ogni idea di peccato e inneggia al trionfo del piacere? È indiscutibile che il pensiero filosofico di Sade e anche i suoi piccanti racconti («Storielle», a cura di Antonio Veneziani, Elliot, pp.61, euro 8,50) procedano in questa direzione, anche perché il nostro Marchese allontana da sé ogni immagine di Provvidenza. Dunque, a suo avviso, è vana - anzi, stupida - ogni esortazione a vivere all'insegna del Bene, magari affrontando la sofferenza, in vista di un Paradiso che ci ripaghi di ingiustizie e dolori terreni. Eppure le istruzioni contenute nel testamento del sulfureo Alphonse - lo scrisse otto anni prima di morire - non paiono esibire un ribellismo luciferino, ma «sembrano dominate dal desiderio di ascendere al più completo oblio» («Strenne filosofiche», cit. p.6). Se la sua vita e il suo magistero sono stati «esemplari» dal punto di vista della coerenza filosofica atea e libertina, come mai Sade si augura che «la sua memoria scompaia dalla mente degli uomini» (ibidem)? Abbiamo a che fare con un dèmone, con un martire, con un «pentito»? O magari solo con un inquieto intellettuale che, precipitato negli inferi di galere e manicomi, non sa a chi rendere conto della sua vita, perché, no, non crede in Dio, ma neppure negli altri ha fiducia e men che meno in se stesso?
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