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«Racconterò la saga della mia famiglia d’immigrati»

Domande e risposte de mio tipo: con la regista Sophie Chiarello, dopo il film Ci vuole un gran fisico. Il commento: «Mi appassiona osservare la realtà e trasformarla ogni volta in immagini del grande schermo»

«Racconterò la saga della mia famiglia d’immigrati»

MARZULLO-C_WEB

Sophie Chiarello regista per caso, per scelta o per necessità?

«Prima per caso, poi per scelta ora è una vera e propria necessità».

Il suo primo film «Ci vuole un gran fisico» è il film che voleva fare?

«Assolutamente sì parla di problematiche femminili inquadrate e analizzate sotto vari punti di vista».

Cosa l’appassiona di più del suo lavoro?

«Osservare la realtà e trasformarla in immagini e racconto».

Dov’è nata?

«A Parigi».

Quanti anni fa?

«Ho superato i 40 anni e considero questa stagione di vita un momento entusiasmante».

E poi è arrivata in Italia?

«Sì, prima a Milano e poi a Roma. Avevo 20 anni, ho seguito i miei genitori che avevano vogli adi tornare nel paese più bello».

È felicemente sposata?

«Sì».

È mamma?

«Sì, Pietro 9 anni, Arturo 5 anni».

Ha un buon rapporto con i suoi genitori?

«Ottimo. Ora sono in pensione. Mia mamma Maria era sarta, mio papà Vincenzo faceva il muratore, oggi fa il contadino. Ho 3 sorelle».

Com’è stata la sua infanzia?

«Serena, in Francia. Le vacanze estive con tutta la famiglia in puglia, nel salento dai miei nonni. Tanti bei ricordi».

Essere regista significa?...

«È soprattutto il mio lavoro, il privilegio di poter fare un lavoro che amo da sempre, un traguardo entusiasmante».

Quando ha cominciato a lavorare nel cinema?

«A 25 anni, aiuto regista per molti anni poi produttrice e regista di molti cortometraggi».

Esiste la meritocrazia?

«Penso e spero di sì».

È una donna equilibrata?

«L’equilibrio si raggiunge prima con se stessi, poi tra il lavoro, i figli, la famiglia e i propri spazi».

Deve dire grazie a qualcuno?

«Soprattutto ai miei genitori».

Televisione, cinema, pubblicità, più differenze o più analogie?

«Con il cinema si raccontano storie in 90 minuti, con la televisione i ritmi sono più lenti e si raccontano tante storie, con la pubblicità si racconta una storia in 30 secondi».

Un suo desiderio?

«Provare a fare un altro figlio».

Un suo desiderio diventato concreto?

«Raccontare la storia della mia famiglia, famiglia d’immigrati, con mia sorella, che è sociologa»

È sensibile?

«Spero di sì e spero di dimostrarlo ogni volta dietro la macchina da presa».

Se non fosse diventata regista?

«Probabilmente avrai fatto la regista».

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