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I martiri dimenticati del piroscafo Laconia

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Erano1800, rimasero chiusi per giorni in uno spazio ristrettissimo, circa quaranta centimetri quadrati a testa, con una temperatura di sessanta gradi. Di questi 1200 e più annegarono in un minuto: gli altri furono ammazzati a colpi di fucile, trafitti con le baionette, fatti a pezzi a colpi d'ascia. La loro unica colpa fu di essere italiani, prigionieri di guerra italiani. Questa storia di soldati italiani (ma non solo) della Seconda Guerra Mondiale ce la racconta un regista tedesco, Uwe Janson, in un interessantissimo film-kolossal storico: «L'affondamento del Laconia», che andrà in onda domani sera in prima serata su Canale 5. Il Laconia era una nave mercantile inglese che, nel settembre del '42, in piena guerra, trasportava passeggeri civili inglesi e un gran numero di prigionieri italiani. La tragedia, ormai dimenticata da tutti, avvenne in pieno oceano, al largo delle coste dell'attuale Sierra Leone. C'erano 811 inglesi a bordo del Laconia, prima dell'affondamento. Ne sopravvissero 800. Agli italiani andò molto, molto peggio. Il Laconia, nella sera del 12 Settembre 1942, incassò tre siluri da un sottomarino tedesco, l'U-Boot 156, nei pressi dell'isola di Ascensione, nell'oceano Atlantico. Il capitano tedesco era convinto di colpire una nave da guerra carica di truppe inglesi. Sulla nave che affonda gli italiani che riuscirono a sfondare le sbarre, con la forza della disperazione, furono pochi, pochissimi. Una sola gabbia cedette. Le altre due verranno invase dall'acqua e 1200 italiani perderanno la vita in un attimo. Gli altri, comandati dal giovanissimo tenente Vincenzo Di Giovanni, cercheranno di strappare la salvezza risalendo, nell'oscurità, tra fumo acre e fiumi d'acqua, le scale che conducono al ponte. Le fucilate dei carcerieri polacchi, che ne uccideranno molti, saranno solo il primo ostacolo. Saliti sul ponte i soldati italiani troveranno tutte le scialuppe occupate. E gli inglesi poco disposti a fargli spazio. Emergendo, il comandante dell'Unterseeboot tedesco, il capitano Werner Hartenstein, capì di aver silurato una nave carica di suoi alleati. Tentò un disperato salvataggio. Sul suo giornale di bordo annotò: «Gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri e hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio...». Mentre il Laconia affondava, inglesi e polacchi chiusero i prigionieri nelle stive, condannandoli ad una morte orribile. La testimonianza del marinaio inglese Frank Holding, che si trovava su una scialuppa di salvataggio: «Uno sulla barca dice: se qualcuno di loro cerca di aggrapparsi, gridate ed io vi darò l'accetta per tagliargli le dita». Questa sorte toccò agli italiani. Ne moriranno 1350. Protagonista del bel film tv il tenente Vincenzo Di Giovanni, personaggio di fantasia, ma assolutamente verosimile, interpretato da un bravissimo Ludovico Fremont. È sua la voce narrante che accompagna lo spettatore nella drammatica storia. Descrive il pensiero dei vari protagonisti, ma soprattutto parla della condizione dei soldati italiani. La voce di Vincenzo, caldo, umano, altruista e simpatico anche in questa tragedia, spiega quanti erano, da dove venivano, come erano trattati i 1800 italiani prigionieri nel Laconia. Il film tv (ma è tanto bello e così ben girato che al cinema non sfigurerebbe di sicuro) ha un grande merito: racconta senza sconti per nessuno cosa hanno sofferto durante il viaggio e nel corso dell'affondamento quei soldati italiani. Una storia che, fino ad oggi, ben pochi hanno raccontato. Nel film anche Paolo Conticini, per la prima volta della sua carriera in divisa, la bravissima attrice tedesca Franka Potente, Andrew Buchan, e Ken Duken. Un grande film che, nonostante la sua crudezza, dovrebbe essere proiettato nelle scuole. A. A.

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