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Quel picnic tutto romano

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Questoapparentemente semplice motto l'ho imparato quando io, infante, insieme al parentado tutto andavo a fare le gite fuori porta. Mio padre, comprò, una trentina di anni fa, un bel pulmino otto e cinquanta della Fiat. Quelli bianchi, quelli che avevano le ruote posteriori che quando non c'era nessuno andavano verso l'interno e quando montava qualcuno sbracavano verso l'esterno. Quei pulmini in uso alle suore. Infatti la Fiat li costruiva già con le suore dentro, mio padre lo comprò usato, fece scendere le suore e ci mise a noi di famiglia. Diciamo che quello era il primo suv dell'epoca. Noi, con quello andavamo a fare scampagnate: pasquetta, il 25 Aprile, il 1 Maggio, le cosiddette gite fuori porta. Anzi più che fori porta era «porta fori tutto da casa». Era una specie di trasloco il nostro: «Che dici lo portiamo il tavolino e le sedie della cucina?» «Sì sì, stacca pure i pensili, ponno servì» «Portiamo pure il forno, e il lavandino!» «E il divano?» «Sì, portiamolo, magari qualcuno si vuole appoggiare un attimo». E si andava. Tutti insieme. Ogni famiglia con la macchina propria e ognuno nel proprio cofano metteva la pietanza che sapeva cucinare meglio. Mia madre, per esempio, era la regina del pomodoro col riso. Faceva certi pomodori col riso de sta portata. Li andava a scegliere proprio lei, all'orto. Pomodori talmente grandi che la pianta faceva un pomodoro solo...tant'è che la pianta guardava mia madre e le diceva: «Senta signora, io più grossi di questo non ne posso fare, mica so' un cocomero! Io fatto questo poi me secco!» Mia madre con la cariola portava il pomodoro a casa, lo apriva col frullino, levava con il piccone il dentro, poi metteva quattro, cinque cofane de riso, lo riempiva bene, lo inzeppava, lo richiudeva col sopra del pomodoro che sembrava una specie de tombino e lo metteva al forno. Un pomodoro per volta perché due non entravano. Mia zia Carmela invece era cintura nera de fettine panate, ma lei faceva anche venti, trenta, cento fettine panate. «Che dici basteranno?» «Mmh, per dieci di noi? Io ne farei un altro centinaio, metti che a una cert'ora ci viene un languore». Sì, perché per noi la paura non era tanto per la fame dell'una, quanto per il languore delle cinque. Capirai alle quattro di mattina mia zia Carmela era già all'opera, alle cinque una fumera dentro casa, poi le fettine panate, cotte alle quattro, mangiate all'una non è che si indurivano, diventavano pezzi di eternit. Infatti non si potevano prendere con la forchetta ma venivano distribuite direttamente a mano, tipo frisbee, alcune a mezza luna se gli davi l'effetto tornavano indietro. Mio zio, il macellaio, mio zio Renato, che Dio lo benedica, siccome entrava e usciva dal frigorifero poverino stava sempre male de reni, lo chiamavamo zio sde-renato. Lui era macellaio, diceva «Che le faccio du' spuntature de maiale?» «Sì, falle falle» «Due salsicce de maiale le faccio?» «Sì, salsicce de maiale, falle falle» «Braciole de maiale le porto?» «Porta tutto il maiale direttamente e lo ammazzamo là». Poi il pane: sette, otto pagnotte de pane velletrano...certe pagnotte che...in due le dovevi prendere. Il fornaio aveva brevettato, proprio per noi, una pagnotta con le maniglie attaccate al pane, se no non lo potevi spostare e lo dovevi far rotolare per strada. «Il prossimo anno oltre alle maniglie gli brevetto pure le ruote, tipo trolley». Ma certo non si vive di solo pane. «Che famo, li portamo du facioletti? Facioletti coll'ucelletto?» «Io porto i facioletti e tu l'ucelletto» «Un po' de callaro?» «Un po' d'acqua, se la portamo un po' d'acqua?» «Du spaghetti ajo e olio? Nel caso ce venga un languore» «E come non li portamo?» «Porto du puntarelle?» «E che fai, un'insalatina pe' sta leggeri non la porti?» «Ma sì portamosela». «E le fave col pecorino?» «Le porta zio, quelle vanno prese all'ultimo se no s'ammosciano». E mio zio le andava a prendere col suo 127 verde pisello, che con le fave ci andava a cecio, e per non immischiare i sapori caricava le fave nel cofano e il pecorino sui sedili e faceva tutto il viaggio per raggiungerci co' sta specie de arbre magique al gusto di pecora, che quando scendeva dal 127 sembrava ubriaco. Quando arrivava apriva il cofano, arrivava prima la puzza e poi lui che gridava: «Fave, fave, fave, ecco qua le fave» «'N'do l'hai prese?» «Lascia fa, all'orto de zio, quando nun ce sta lui ce sto io» «E questo è pecorino del paese» quale paese, non s'è mai capito...Chi faceva i rigatoni, chi la gricia, chi il timballo, chi portava le polpette, rigorosamente quelle avanzate dal giorno prima. Insomma, tutta una carovana di gente che si portava tanta di quella roba che la FAO in confronto a noi sembrava un chioschetto de terza categoria...Noi mangiavamo talmente tanto e de core, che il colesterolo usciva da noi, ci guardava da fuori e schifato diceva «Io vado via!» e sotto braccio al diabete prendeva il 30 barrato verso casa. Enrico Brignano

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