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Cari giurati, basta snobismi fate vincere una commedia

Pheline Roggan, nel cast di Soul Kitchen

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Alla vigilia della premiazione della 66esima Mostra lagunare si scommette sul toto-Leone e a prevalere sono il claustrofobico film israeliano «Lebanon» di Maoz (sulla guerra in Medio Oriente) e «Lourdes» di Jessica Hausner, storia di una guarigione tra invidia e ammirazione. Molti puntano - tra gli italiani - su «Il grande sogno» di Placido, mentre la Coppa Volpi potrebbe andare a Margherita Buy, intensa protagonista de «Lo spazio bianco» di Francesca Comencini o all'interprete di «Lourdes» (Sylvie Testud). Sul fronte maschile, le cose (almeno sulla carta) appaiono più facili, grazie all'interpretazione di Michael Shannon nel film di Herzog e a quella di Colin Firth in «A single man», una delle (tante) pellicole in Mostra sull'omosessualità, diretto dallo stilista gay Tom Ford, il texano che ha decretato la rinascita negli anni '90 del marchio Gucci. L'opera di Ford, da lui prodotta, è il ritratto smielato della società americana degli anni '60, rivisitato da un professore universitario gay che elabora il lutto del suo amato, morto in un incidente d'auto. Ma il ruolo maschile davvero straordinario è di sicuro quello di Zinos, protagonista di «Soul Kitchen» di Fatih Akin interpretato da Adam Bousdoukos. Far vincere lui sarebbe finalmente un modo per dare un premio ad un'opera molto bella, la più applaudita sul Lido (da stampa e pubblico) che rischia però di essere penalizzata perché si tratta di una commedia, di un film divertente. Nonostante tutti reclamino un premio al film del regista, figlio di genitori turchi emigrati in Germania negli anni '60. Perché tanti (troppi) veti sulla commedia, genere che peraltro rappresenta il grande cinema italiano? Per il direttore Marco Müller quest'anno la Mostra ha presentato però «generi forti, come l'horror e la commedia. Grazie ad alcuni dei registi più interessanti che sanno come i confini tra i cosiddetti film di genere siano implosi. La fine della parentesi postmoderna significa anche che ci si può finalmente confrontare con generi e metageneri senza avere più il timore di non aderire alle regole. A Venezia 66 c'è, per esempio, sia "Survival of the dead", horror western di Romero, sia il melò di Solondz o la divertente commedia di Akin, oltre al fantasy-spaziale che si svolge su diversi piani temporali, "Mr. Nobody" del regista belga Van Dormoael», ieri in concorso con Jared Leto e Diane Kruger. Sembrerebbe che la Mostra voglia finalmente sdoganare i generi, la commedia ironica, come quella erotica: ne sa qualcosa Tinto Brass che è tornato vittorioso al Lido con una retrospettiva su film censurati al festival più di 40 anni fa: è il caso di «Nero su Bianco» del '63. «Mi ritengo fortunato se penso che a Klimt sono occorsi novant'anni per essere apprezzato e a me ne sono bastati solo 45.   La commedia è un genere che non piace ai festival, così come l'eros, perché fa ridere, fa divertire, quindi non fa soffrire così come insegnano i dettami cattolici. Però, qualcosa sta cambiando: Müller stesso mi ha invitato a presentare il mio prossimo lungometraggio erotico con Caterina Varzi, già protagonista di "Hotel Courbet", un corto che ho portato ieri al Lido. In Italia purtroppo ancora esistono le distinzioni crociane, le categorie estetiche e una cultura, alimentata dai media, che resta legata alla sofferenza, ai sensi di colpa e a tutto ciò che non deve far godere o ridere lo spettatore. Ancora si pensa che il dolore sia necessario per opere altamente culturali». Anche Sergio Castellitto, mirabile protagonista di «Tris di donne e abiti nuziali» di Terracciano (Orizzonti), si augura che «la commedia sia completamente sdoganata dai festival, che sono troppo snob e io, che nella commedia ci vivo, sono favorevole affinché ciò accada. Mi sembra che ora ci sia un segnale di apertura, ma speriamo non sia solo un segnale».

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