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Il mio grido d'amore all'Italia

Il mio scopo, qui a Sanremo, non era la vittoria, ma dare voce a chi non ne ha, di fronte a una classe politica malata di immobilismo e impegnata solo a dividersi. Ci sono priorità che non possono restare disattese: c'è da mettere mano a nuove leggi per la cultura, ma sopratutto occorre essere concreti sul piano della sicurezza. Ho apprezzato le parole di Alemanno che invoca il pugno di ferro contro gli stupri, così come mi sento di condividere il provvedimento sulle ronde. Quando esprimo la mia indignazione non mi sento cantautore, ma un cittadino che paga le tasse e non può tollerare di vedere una ragazza violentata.

Certo, per rendere vivibile questo Paese occorre uno sforzo collettivo, da destra e sinistra. Il fatto che Veltroni si sia dimesso dopo la sconfitta in Sardegna conferma che qui sia molto difficile riuscire a portare a termine un lavoro politico: ora il Pd è nelle mani di Franceschini, e possiamo solo augurargli in bocca al lupo. Mio padre credeva nella forza del compromesso storico, nel dialogo fra Moro e Berlinguer perché tutti potessero sentirsi garantiti a livello sociale ed economico. Quando canto dei "nuovi padroni" mi riferisco alla spregiudicatezza dei furbetti del quartierino e dei profeti della finanza allegra che in pochi anni hanno scavato un solco fra ricchezza e nuova povertà, quella che ha inghiottiti i precari che non arrivano a fine mese.


E dovremmo uscire dal bigottismo: parlo anch'io, nel testo, del muro che divide coppie gay e normali. Ho avuto una fidanzata che poi si è scoperta omosessuale ed è andata a vivere in Spagna la sua nuova storia. Lontano da questa Italia che, nonostante tutto, continueremo ad amare.

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