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Poe e il lucido inferno che è dentro di noi

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Immagine del film di Terence Stamp,

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Rileggere testi come «Il crollo della casa Usher», oppure l'enigmatico «L'uomo della folla» - nonché certe poesie, come «Il corvo» - significa compiere l'esperienza del terrore. Il terrore è parente stretto della paura e dell'angoscia, e sempre scaturisce dall'impotenza, dall'insondabile e dal non spiegabile; l'orrore, invece, non sempre partorisce la paura, anzi, spesso ne è il contrario, perché è come se di fronte al "raccapricciante" intatte rimanessero in noi le facoltà di tenerlo lontano, e di giudicarlo con precise categorie morali. L'orrore è un giudizio e un sentimento "attivo"; il terrore è un sentimento "passivo", colmo d'impotenza. In letteratura è necessario conoscere la vita dell'autore, perché anche i sentimenti più reconditi e "puri" nascono sempre da un vissuto particolare e da condizioni fisiche e psichiche definibili. E noi tutti sappiamo che la vita di Poe è stata difficile e infelice (tra l'altro, è morto a 40 anni). I suoi personaggi - dementi, fantasmi, malati, criminali, folli, ecc. - lo vivono principalmente loro, il sentimento del terrore; e solo poi, in seconda battuta, ce ne addossano la tenebrosità. Poe non è scrittore "horror"; è scrittore infelice, che ha raccontato una condizione esistenziale estrema, il naufragio dell'uomo in balia del proprio inferno psichico. Il terrore è in queste anime in pena (sempre in balia di tremori, presagi, visioni, deliri, oscure malattie). Leggendo Poe si arriva alla conclusione che il peggiore inferno è sempre dentro di noi: sia quando si "crea" orrore (orrore sempre "illeggibile", secondo Poe), sia quando si è terrorizzati innanzi al proprio orrore, quando confusione, rottura dell'argine dentro/fuori, visibile/invisibile invade la sostanza dell'uomo. Il più grande "mistero" di Poe, però, per me rimane un altro, e cioè mi chiedo ancora come sia stato possibile che uno scrittore così "infernale" abbia scritto racconti precisi, lucidi, icastici, con economie narrative precise, senza mai contaminare, deformare o impoverire il linguaggio e la struttura narrativa con la colla, la caligine e il fuoco luciferino del terrore. La disintegrazione del "terrore" non è mai totale (forse solo in Beckett terrore e angoscia disintegrano personaggi, sentimenti e linguaggio). In Poe il terrore è storia, narrazione; è ancora voluttà narrativa, lucida speculazione filosofica. Si tratta perciò, sempre, di capire cosa riesce a resistere al terremoto del terrore, e da lì risalire, faticosamente, alle sorgenti delle speranze e delle gioie di uno scrittore: ché indicando l'inferno si può alludere al paradiso, fosse anche soltanto un "paradiso perduto".  

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