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Alfredo Covelli il monarchico galantuomo

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Signori della politica. Oggi forse un poco dimenticati. E un simbolo di quegli anni lontani in cui si ricostruiva l'Italia economica e politica è sicuramente Alfredo Covelli, scomparso nel giorno di Natale di dieci anni fa. Un uomo, e chi lo ha conosciuto lo ricorda bene, che dotato di un personale carisma sapeva guadagnarsi senza fatica, come un fatto naturale, il rispetto di amici e avversari. Lo stanno a testimoniare i messaggi che un rivale dello spessore del capo dei comunisti italiani come Palmiro Togliatti inviava al capo dei monarchici. L'iniziativa di pubblicare l'archivio storico del capo indiscusso dei monarchici italiani è un tentativo lodevole per rompere il silenzio che accompagna quegli uomini troppo recenti per essere ricordati dagli storici e troppo lontani per apparire sui giornali, ma che invece andrebbero conosciuti da vicino, non tanto o non solo per le loro intuizioni. Anche per un modo di interpretare la politica. Per quella signorilità d'altri tempi. Per quel rispetto delle istituzioni che deve essere fondamento anche oggi. Alfredo Covelli inizia la sua attività politica mentre è ancora in corso la guerra. Di fede monarchica, rafforza la sua convinzione quando in gioco è la sopravvivenza della monarchia italiana. Ma la sua importanza politica si evidenzia soprattutto all'indomani del referendum del 2 giugno, quando una parte dei politici e degli intellettuali pensa soprattutto al loro futuro cercando spazio nei partiti dichiaratamente repubblicani. Oppure in qualche caso si isolano. Covelli col suo partito, diverse saranno le sigle tra scissioni e faticose ricomposizioni, mantiene un legame col passato ma con obiettivi moderni: il tentativo di affermare una destra liberale. Così non c'è spazio per tentativi ribellistici e reazionari, ma la via maestra resta quella della democrazia. Del rispetto delle regole democratiche e delle istituzioni. Sono gli anni prima del centrismo e poi del centrosinistra in cui Covelli recita un ruolo. Non solo riempiendo le piazze, o con i successi personali nelle seguitissime tribune politiche. Ha un ruolo di dialogo e di confronto a livello parlamentare con i leader, specialmente democristiani del tempo. Potrebbe aspirare anche a ruoli di potere solo se avesse voluto. Ma preferisce restare fedele ai suoi principi e al progetto politico di una formazione di destra democratica e moderna. L'occasione la offre la creazione con Almirante del Msi-Dn. Quasi una prova generale di quello che sarà in futuro An. Covelli partecipa a questa costruzione, è il presidente del nuovo schieramento. Ma i tempi non sono maturi. La Dc, fino a quel momento il vero scudo contro il comunismo, arranca, i socialisti fallita la riunificazione, sono tentati da un Pci in crescita e vivono un grave momento di crisi da cui usciranno solo con la segreteria Craxi. C'è bisogno dunque di rafforzare il vecchio scudocrociato con nuove forze o nuove alleanze. Il progetto di una grande destra non va avanti. La strada con Almirante si divide. È il 1979 e Covelli decide di mettere fine alla sua avventura politica. Secondo i testimoni del tempo non mancano le offerte personali a Covelli. Ma le lascia cadere. Fuori dalla battaglia politica, vive da spettatore gli anni di Tangentopoli. La caduta di un mondo ormai orfano degli uomini del dopoguerra, privato di quelle tensioni ideali che avevano caratterizzato le scelte della sua generazione.

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