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Giacomo Balla, ovvero «nemo propheta in patria». Almeno fino ...

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Fu l'allora giovanissimo Piero Dorazio, nel 1950, a riscoprirli dopo aver conosciuto Balla grazie allo scultore Edgardo Mannucci. Quasi tutti pensavano che l'ex-futurista fosse morto già da tempo. E nel 1951 lo stesso Dorazio organizzò per la Fondazione Origine la prima mostra di Balla futurista a Roma, fra l'indifferenza generale. Anche dal punto di vista istituzionale le fortune di questo grande artista non sono certo volte al bello, neppure molti anni dopo. Quando, nel 1987, le sue figlie Luce ed Elica fecero un'importante donazione di opere paterne alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, l'allora Soprintendente Augusta Monferini per manifestare un segno di gratitudine incaricò ancora Dorazio di creare un oggetto simbolico come riconoscimento per le due sorelle. Il famoso astrattista, conoscendo la passione di Balla per gli alberi, realizzò tre foglie di alloro in oro zecchino. Durante una solenne cerimonia doveva consegnarle alle figlie il Presidente della Repubblica Cossiga ma all'ultimo momento diede forfait. Per farla breve, la cerimonia non si tenne mai più, Luce ed Elica scomparvero e le foglie d'oro tornarono a Dorazio, pure lui passato a miglior vita nel 2005. E intanto siamo arrivati a ricordare il cinquantenario della morte di Balla che verrà a cadere esattamente il prossimo primo marzo. Questa volta le cose vanno meglio grazie alla prima grande mostra antologica dedicatagli dopo 37 anni e inaugurata da pochi giorni nelle sale di Palazzo Reale, a Milano. Si intitola "Giacomo Balla: la modernità futurista", presenta oltre duecento opere distese fra il 1900 e il 1929 ed è curata da Giovanni Lista, Paolo Baldacci e Livia Velani, che firmano anche il fondamentale catalogo Skira. Inoltre, in questi giorni, è anche uscito un pregevole volume monografico su Balla pubblicato da Electa e scritto da Fabio Benzi. Se è vero, come diceva Giorgio de Chirico, che per un grande artista «cambiare quando si ha un passato da compromettere è il maggior segno della forza», allora Balla ha dato in questo senso un esempio emblematico. Ritrattista affermato e caposcuola del divisionismo romano, egli buttò alle ortiche il proprio successo, si gettò a capofitto nella avventura futurista vissuta come ideale prosieguo del Risorgimento sulla strada della creazione di un'Italia moderna e si autoribattezzò "FuturBalla". Negli anni eroici del movimento marinettiano riuscì a trasformare la sua inesausta contemplazione della natura nell'elogio pittorico dell'energia e della luce, con un raffinatissimo uso del colore che ha pochi paragoni anche a livello internazionale. Attentissimo alle scoperte scientifiche ma anche al sincretismo della teosofia, Balla seppe unire una mentalità analitica e positivista ad una sua personale spiritualità laica che trovava in tutte le manifestazioni della vita una palpitante armonia fatta di luminosa energia. Lo si vede bene, nella sfilata di capolavori della mostra milanese, soprattutto in opere come «Bambina moltiplicato balcone« (1912), nella mirabile serie delle «Compenetrazioni iridescenti», oppure nello straordinario «Automobile+vetrine+luci» (1912-13) del Moma di New York, nel celebre «Il pianeta Mercurio passa davanti al sole nel telescopio» (1914) del Centre Pompidou di Parigi, fino a «Trasformazione Forme Spirito« (1916-18) e «Pessimismo e ottimismo» (1923), entrambi della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

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