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«Io, l'unica sopravvissuta all'inferno di Auschwitz»

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Tornata per «tigna», che a Roma vuol dire «ostinazione», «testardaggine». La sua testimonianza, filmata dalla Survivors of Shoah Visual History Foundation nel 1998, aveva una sua specificità: quella di descrivere la sua esperienza dal punto di vista di una donna che racconta la sua storia e insieme le storie di tante altre donne. Di una donna ebrea del suo tempo che ha vissuto per intero la sua vita prima e dopo Auschwitz. La dimensione della «normalità» è ciò che nel racconto di Settimia colpisce di più: quella normalità che nasce dal distacco fatalista e privo di autocommiserazione dei romani di vecchia generazione e che rende l'orrore del lager ancora più insensato e agghiacciante. La giovane allegra e ribelle di via della Reginella viene presa con la sua famiglia il 16 ottobre in un'atmosfera da incubo («c'era un silenzio fortissimo») e buttata in un vagone piombato per un viaggio massacrante. All'arrivo ad Auschwitz viene selezionata per il lavoro nel campo e separata per sempre dai suoi familiari. Da quel momento ogni cosa sarà l'opposto di ciò che avrebbe sognato ogni ragazza innamorata della vita: la rasatura dei capelli («Sentii una lunga ciocca scivolarmi sulla schiena nuda. Ogni volta che ci ripenso risento quel brivido»), la trasformazione in cavia umana per esperimenti sulla scabbia e il tifo («mi guardai allo specchio e non mi riconobbi»), la permanenza sotto una collina di cadaveri fino alla liberazione. Eppure, di questo inferno, Settimia ricorda cose che solo una donna può ricordare, piccoli gesti di solidarietà (anche da parte delle aguzzine), momenti che lasciano il segno. E poi ci sono le altre donne che incontra nel campo, le greche del Blocco Esperimenti, le kapò, quelle con cui fa a botte per il letto o per il cibo, le triestine razziste, le tre romane incontrate a Bergen Belsen, tra le quali la vivacissima Rina detta Persichella. Settimia non perde mai la speranza ma alla liberazione del campo è ormai svuotata, non prova alcuna emozione. Un racconto senza compromessi il suo, che non dimentica nessuno degli orrori allestiti dai nazisti. Un racconto che dice esattamente le cose come stanno, che non confonde niente, con i carnefici tutti al loro posto, così come le vittime, comprese quelle che ce l'hanno fatta e che hanno il diritto di ricordare, di accusare, di non perdonare. Tante storie, tante facce di donne. Ma quando torna a casa Settimia è sola. È rimasta soltanto lei, che ha preso la forza di tutte per rappresentarle, per diventare la loro voce, la loro memoria viva. Anche perché tra quelle donne c'erano sua madre, due sorelle e una nipotina di 18 mesi. E allora forse sarebbe bene ricordare questa donna straordinaria che dopo il '45, ha ricominciato a vivere e a lavorare.

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