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di MARIO BERNARDI GUARDI SI chiama Antonina ed è la più piccola di casa Bargellini, ultima di sei figli.

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«Al tuo annunzio, tutti gridammo che non c'era più posto. Ti volevamo rimandare indietro. Soltanto la mamma piangendo ti sorrise (...). Per te ho chiesto l'elemosina di un dito di latte e di una goccia d'olio. Per te ho chiesto la carità di una coperta di lana. Forse per questo tu ora sei l'innamorata del tuo babbo», scrive Piero Bargellini nel «Miracolo di Firenze. I giorni dell'alluvione e gli angioli del fango», da poco in libreria (Società Editrice Fiorentina, 8 euro). E noi siamo andati da Antonina (ma tutti la conoscono come Bocci, il "bocciòlo di rosa" del suo babbo) a parlare del novembre '66, di Firenze allagata e del suo sindaco. Torniamo a quel 4 novembre di quarant'anni fa. Quali sono le immagini, i suoni, i colori, addirittura gli odori che le vengono in mente? «In principio il mormorio inquietante dell'acqua che serpeggiava nelle strade, poi il suo fragoroso boato, i colpi assordanti degli oggetti sbattuti contro i muri delle case e poi un silenzio, un silenzio assurdo, surreale che sovrastava un mondo divenuto tutto grigio, un senso di morte e di paura, come se l'intera città fosse stata sepolta dal fiume, il terrore che crollasse il nostro palazzo e quello dei vicini che si erano rifugiati da noi in cerca di un asilo più sicuro, lo stupore, l'indomani, arrancando a fatica in quell'inferno di melma scivolosa e nauseabonda, nello scoprire che il nostro Ponte Vecchio aveva resistito, che Palazzo Vecchio era ancora in piedi e che tutti i monumenti della fiorentinità erano ancora lì, anche se orribilmente danneggiati». Piero Bargellini: uno dei protagonisti della cultura italiana tra le due guerre e, nel '66, il sindaco dell'alluvione. Quale fu, in questa veste, il suo più grande merito? E ha qualcosa da rimproverargli? «Mio padre era un intellettuale e uno studioso pacato e tranquillo, apparentemente distratto e lontano dai problemi politici e pratici della città, ma era stato assessore per dieci anni nella giunta La Pira e quindi aveva avuto un rapporto molto stretto con le problematiche della città che amava profondamente. Quando fu eletto sindaco disse che, dopo aver fatto tante dichiarazioni d'amore a Firenze, era costretto a sposarla. E infatti quell'uomo e padre attento, affettuoso e protettivo all'interno della famiglia, prese tra le braccia la sua città-sposa ferita e si comportò con lei come se fosse la sua famiglia, trasformandosi inaspettatamente in un condottiero risoluto, energico e deciso a condurla alla guarigione. In principio, quando lo straripamento dell'Arno era ancora solo una minaccia, non aveva capito la gravità della situazione e, ottimisticamente, cercò di tranquillizzare i fiorentini». Tranquillizzarli come? «Non sapendo come muoversi, chiamò a raccolta tutti i natanti senza rendersi conto del rischio che avrebbero corso nell'affrontare le acque tumultuose del fiume. Di questo suo sbaglio, fortunatamente senza conseguenze, si è sempre rammaricato. Era terrorizzato che, finita l'alluvione, ripulite le strade e i palazzi dal fango, la città morisse per mancanza di risorse economiche. Quell'uomo amante dell'arte e della cultura si preoccupava per la povera gente, commercianti, artigiani e industriali, che con fierezza e con orgoglio avevano lavorato per risollevarsi, ma che non avevano più né casa, né attività lavorativa, che si erano indebitati fino al collo e che per risorgere avevano bisogno di fiducia, di prestiti e mutui. Non volle le baraccopoli che definiva "tumori della città" e lavorò con fermezza per la rinascita commerciale della città. Chiese l'aiuto del mondo dicendo: "Firenze ha bisogno del mondo così come il mondo ha bisogno di Firenze" e il suo appello ebbe risposte sorprendenti». Si parla e si straparla degli "angeli del fango". C'è chi la butta in politica, presentandoli come "la meglio gioventù", quella che avrebbe, di lì a poco, dato vita al '68. C'è chi dice che erano solo "bravi ragazzi", desiderosi di dare una mano alla città ferita. Lei come li ricorda? «I fiorentini si illusero di bastare a

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