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di GABRIELE SIMONGINI E SE Andy Warhol, mondano paladino dell'arte come puro e semplice business, avesse ...

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Tali questioni sono poste con efficacia, anche se non convincono a pieno, nella grande mostra dedicata a Warhol che si inaugura oggi (e fino la 7 gennaio) a Roma, nel Chiostro del Bramante, col titolo di «Pèntiti e non peccare più!» tratto proprio da un'opera del famoso artista americano realizzata nel 1986, un anno prima della sua scomparsa. È appunto, con la cura di Gianni Mercurio, un'esposizione tematica e non antologica che presenta 80 opere su tela, molte delle quali di grandi dimensioni, e poi fotografie e video provenienti dagli immensi archivi del Warhol Museum di Pittsburgh. In quest'occasione si vuole appunto verificare l'eventuale legame del celebre artista con la spiritualità e la religione. In effetti molti dati troppo spesso trascurati dimostrano che fin dall'infanzia un'aura religiosa è ben presente nella vita di Warhol attraverso la fondamentale figura materna. La famiglia Warhol che emigrò negli Stati Uniti dalla Slovacchia era di religione uniate, cattolica, perché quella Chiesa si era riunita alla Chiesa Cattolica Romana pur conservando numerosi riti di origine ortodosso-orientale. E la madre aveva impartito al piccolo Andy un'educazione profondamente religiosa. Non solo: quando la donna si trasferì a New Yok per vivere col figlio creò in casa nientemeno che un piccolo altare. Del resto Warhol era cattolico praticante e si recava spesso a messa, magari di nascosto. Ma c'è un altro dato che è quanto mai illuminante. Sapete quale è l'artista americano che ha affrontato più volte temi religiosi? La risposta non può che essere una: Warhol. Basta pensare che l'opera di maggior complessità della sua vita, «The Last Supper», ispirata all'«Ultima cena» di Leonardo, è stata da lui stesso riprodotta in centinaia di varianti (una delle quali è in mostra), tuttora non quantificabili, come per farne un santino gigante da diffondere ovunque. E, fatto curioso, negli archivi del Warhol Museum è conservato un libro di preghiere regalatogli da sua madre che reca nella prima pagina una minuscola riproduzione proprio del capolavoro leonardesco. La storia non finisce qui. Warhol ha realizzato serie di opere sul motivo della Croce («Cross»), sul teschio («Skull») come classico simbolo di "vanitas" e come "memento mori", oltre ad una personale interpretazione di capolavori rinascimentali fondati su temi religiosi, dalla «Madonna Sistina» di Raffaello alla «Primavera» del Botticelli. La sua costante meditazione sulla morte è testimoniata dalla serie dei «Disaster» del 1963 che ritraggono gravi incidenti automobilistici, da opere come «Tunafish disaster» che alludono al caso delle donne avvelenate da cibi in scatola, da «Big Electric Chair», in cui la sedia elettrica appare come uno strumento di supplizio simile alla croce, o dal lavoro «Suicide». Da bambino la morte del padre l'aveva tremendamente colpito tanto che, come ricordava suo fratello, non aveva avuto la forza di guardare la salma. E in qualche modo la morte fu costretto a guardarla in faccia molti anni dopo quando Valerie Solanas tentò di ucciderlo con un colpo di pistola che lo ferì gravemente. Ma il mistero maggiore sta negli innumerevoli ritratti che Warhol ha dedicato alle star dell'epoca (in mostra sono esposti quelli di Marilyn Monroe, Marlon Brando, Jackie Kennedy, Liz Taylor, tra gli altri). Che cosa si può trovare di spirituale in immagini che sembrano quasi gareggiare c

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