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«Mi trasformo per capire la vita»

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Si aggiudicò il secondo posto con indosso panni stile punk, dando allo stesso tempo il "la" a una carriera musicale nata sotto l'egida del trasformismo: di vestiti, di accessori, di testi di canzoni da eseguire e, sulla scia della fine degli anni Settanta, mollò un ceffone alla tradizione precedente, quella fatta di cantautori "ordinati", in giacca e cravatta: e che i capelli, in anni e anni di musica, fossero cotonati, lunghi o corti a spazzola poco importa, se si fa della ricerca una filosofia di vita. Stasera nel concerto organizzato da Radio e Video Italia a Civitavecchia porterà come bagaglio un mix di esperienze, parole, note, suoni appartenenti a culture diverse: un occhio alla mitologia greca e latina, come un gioco per bambini "puri e incontaminati dalla vita", Anna Oxa continua, e lo fa con un live, a tuffarsi nel mondo musicale, quello "dell'apparire", fatto di simboli e immagini. Cosa canta e mette in musica? «Il mio passato, rielaborato ancora una volta. Anche brani che non appartengono alla mia storia,lunga 28 anni e fatta di cambiamenti. Voglio fondere la musicalità attraverso la musica grazie all'aiuto di strumenti etnici: ci saranno i suoni del sitar, del sax, del contrabbasso, della cornamusa: rivisito le mie memorie nata, come sono, dalla religione cattolica e da quella musulmana». Alla ricerca di...? «Alla ricerca. Continua. Per trovare una visione che non sia sociale, mettere in musica tutto ciò che non viene captato. Ancora trasmettere questo qualcosa. Ci facciamo ingannare dalla vita senza viverla o vivendola all'interno di determinate concezioni. Sono un artista che ha proposto il cambiamento, sono tuttora un personaggio di rottura, perciò non mi posso accontentare musicalmente». Strizza l'occhio alla tradizione? «Bisogna rivedere e rivisitare completamente il concetto di tradizione, che è una parola e una concezione molto profonda: significa riuscire a tramandare una conoscenza, in questo caso attraverso uno strumento. Rielaborarla e ripercorrerla vivendo la tradizione sotto aspetti ogni volta differenti». Oxa, la trasformista. Ha iniziato a 17 anni. Con un look punk. «Sono una persona che ricerca. Ricerca significa anche denuncia, indagine esteriore. Oggi si segue l'esteriorità in modo superficiale, una volta in Grecia la ricerca esteriore veniva effettuata attraverso l'arte, il teatro, le maschere. Io ho compiuto il mio percorso anche attraverso l'esteriorità, ma non stereotipata. In quel mio vestire c'era un insieme di appartenenze». Cosa è rimasto di quel "punk"? «La ferma volontà di mettersi in discussione sprigionando la fantasia, attraverso il linguaggio del corpo, a me caro. Proseguire, ancora oggi, alla ricerca di forme differenti, che abbiano una certa profondità ma che appartengano comunque alla mia storia. So che non posso fermarmi. Aldilà della mia musica, c'è anche la mia storia». Divisa tra il lavoro, i tour, le prove. Ma c'è anche un altro baluardo, quello dei figli. Lei ne ha due. Che posto hanno? «Si riesce lo stesso a essere un genitore. Ma dipende quale tipo di genitore si vuole essere. C'è il tipo apprensivo, quello che pensa che i figli siano un prolungamento delle propria esistenza. C'è il secondo tipo di genitore, colui che pensa di non doversi assumere delle responsabilità, sebbene abbia messo al mondo un figlio. Sono nella terza categoria. Quella senza stereotipi, senza schemi. La categoria che crede che un figlio abbia una propria autenticità: senza offrire scene da spot televisivo. I miei figli sanno che non avrei mai potuto dargli il classico biscotto che cade nella tazza al mattino, appena svegli. Posso dare il senso di libertà, il senso di appartenenza al cosmo, alla natura, alla ricerca del seme, della concezione - nelle tribù - di un uomo che ridiventa terra. In un'epoca di appiattimento». Cosa non sopporta? «Le persone che dicono "questo è il mondo, che cosa ci posso fare". Il cambiamento richiede la capac

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