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Innocenti finiti in cella per errore Lo Stato sborsa più di 600 milioni

La cifra scandalosa fornita dal viceministro della Giustizia Costa. Il governo prova a correre ai ripari

Innocenti finiti in cella per errore Lo Stato sborsa più di 600 milioni

L’ultimo caso è notizia di ieri. L’ennesima odissea giudiziaria frutto di un errore dei magistrati è quella di Mirko Eros Felice Turco, il trentacinquenne di Gela rimasto 11 anni dietro le sbarre per due omicidi che non ha mai commesso. Da Sud a Nord le cose non cambiano. A Brescia hanno ritrattato dopo tre lustri i figli di un uomo condannato a nove anni e due mesi per abuso sessuale su minori, cioè nei loro confronti. Adesso i legali del padre calunniato e detenuto a Sassari, chiedono la revisione del processo. Non si tratta di episodi isolati. Proprio ieri il viceministro della Giustizia ha fornito i dati aggiornati dei rimborsi ottenuti per ingiuste detenzioni. A luglio, ha spiegato Enrico Costa, «è stata sfondata la soglia dei 600 milioni di euro» di pagamenti (per essere esatti sono 601.607.542,51) a partire dal 1992, anno delle prime liquidazioni. «Sempre dal '92, sono state complessivamente 23.998 le persone indennizzate» dopo essere state ingiustamente private della libertà personale», ha aggiunto il viceministro, sciorinando anche i dati dell’anno in corso: 772 le riparazioni effettuate nei primi 7 mesi del 2015, per un totale di 20.891.603,5 euro. In tutto il 2014 erano invece stati spesi 35.255.030,59 per 995 provvedimenti. Poi ci sono gli errori giudiziari, per i quali sono stati sborsati 32 milioni, 611 mila e 202,44 euro. Quindi, nel 2015 si registra una tendenza all'aumento dei casi e dei soldi versati alle persone danneggiate dall’«ingiustizia all’italiana». Ma a pagare è sempre e solo lo Stato, cioè i contribuenti. Per questo Costa chiede al Parlamento di «introdurre un meccanismo per cui l’ordinanza che accoglie l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione sia comunicata, ai fini dell’eventuale avvio del procedimento di responsabilità, ai titolari dell’azione disciplinare». Un fenomeno che Il Tempo denunciò con un’inchiesta durata una settimana nel settembre 2013, continuando a seguire in questi due anni il trend in continuo aumento. Spiegammo che, calcolando i 25.0000 rimborsi concessi e quelli (molto più numerosi) negati, almeno 50.000 italiani erano stati incarcerati senza un motivo valido dall’inizio degli anni ’90, cioè da quando (con il nuovo codice) è stato introdotto il risarcimento, ad oggi. Le cose sono peggiorate. La riforma introdotta a febbraio non ha cambiato molto la situazione. Lo scoglio della responsabilità diretta, sempre demonizzata dalle toghe, non è stato superato. Il cittadino, che pure ha visto ampliate le possibilità di fare ricorso, dovrà rivalersi sempre sullo Stato e non direttamente sul magistrato «fallace». Poi sarà il primo a rivalersi sul secondo. E, anche se viene ridelineata la portata della «clausola di salvaguardia», il magistrato non è chiamato a rispondere dell'attività di interpretazione della legge e di valutazione del fatto e delle prove. Insomma, non è tenuto a rispondere quasi di niente. Più o meno come prima. I numeri continuano a darci ragione. Anzi. Di più. Le cifre diffuse da Palazzo Chigi un anno fa registravano 995 domande liquidate, per un totale di 35 milioni e 255mila euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti delle riparazioni per ingiusta detenzione rispetto a 12 mesi prima, quando erano state accolte 757 domande, per un totale di 24 milioni 949mila euro. Dal 1992 al 31 dicembre 2014 l'ammontare complessivo delle riparazioni raggiunge così i 580 milioni, 715mila e 939 euro. Complessivamente, sono oltre 23mila le liquidazioni effettuate. Adesso siamo andati oltre i 600 milioni di euro. Un’enormità. Numeri che gridano vendetta davanti a migliaia di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. E le toghe? Quanti magistrati sono stati condannati per errori fatti durante il giudizio negli ultimi anni? Uno su cento.

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