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Ecco le prove che scagionano Mendella

Il finanziere arrestato per mazzette in realtà indagava sui suoi accusatori. In 14 verbali inviati alla Procura aveva smascherato «una frode colossale»

Ecco le prove che scagionano Mendella

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L’arresto del colonnello della Guardia di Finanza, Fabio Massimo Mendella, avvenuto su ordine dei pm napoletani Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, è scattato sulla base di questa ipotesi: l’ufficiale prendeva tangenti da due imprenditori, Giovanni e Francesco Pizzicato, e in cambio evitava di indagare sulle loro frodi. È per questo motivo che Mendella si trova da più di un mese in galera, dopo che il Riesame, 12 giorni fa, ha respinto la richiesta di scarcerazione. Secondo quanto riportato dai legali del colonnello nella loro memoria difensiva, però, la tesi della procura è fallace. Tra il 26 maggio 2011 e il 13 giugno 2013, infatti, Mendella ha prodotto 14 informative nelle quali ipotizzava una serie di reati a carico dei Pizzicato e alcuni loro soci. Informative che, stando sempre alla memoria difensiva, «il pm ha omesso di trasmettere al gip». Circostanza che avrebbe indotto il gip «ad affermare, contrariamente al vero, che "alcuna informativa conclusiva o dettagliata veniva inoltrata dal Mendella (…) ad oltre due anni dall’inizio delle operazioni di verifica".

 

LE INFORMATIVE SUGLI ACCUSATORI

Le 14 informative sono tutte elencate negli atti depositati dai legali del colonnello. Il 26 maggio 2011 Mendella trasmette alla procura di Roma e a quella di Napoli «comunicazioni di notizia di reato» a carico di un collaboratore dei Pizzicato sull’«occultamento o distruzione di scritture contabili», chiedendo, nella stessa comunicazione, di «eseguire perquisizioni personali» nei confronti del socio dei due imprenditori e di una delle loro società, insieme all’«acquisizione dei conti correnti bancari». Dopodiché, riportano i difensori del colonnello, Mendella «fece controllare le notizie di reato dai militari al suo comando, appurando che il sostituto procuratore di Roma (Dott.ssa Barbara Sargenti) aveva trasmesso la comunicazione al procuratore di Napoli. Perciò le comunicazioni successive furono direttamente indirizzate solo al sostituto procuratore di Napoli (Dottor Vincenzo Piscitelli) cui era stata assegnata la direzione delle indagini intraprese dal Mendella».

Il 7 ottobre 2011, si legge ancora nella memoria difensiva, Mendella invia alla procura di Napoli una seconda comunicazione sui Pizzicato, nella quale viene ricostruito «un sodalizio criminale operante su scala internazionale» illustrando graficamente «il funzionamento della colossale frode tributaria» e «l’esistenza di un’associazione per delinquere». E ancora. Il 9 novembre 2011 la procura partenopea riceve la terza informativa dove si evidenzia «una complessa frode fiscale internazionale con base operativa nel territorio campano e con ramificazioni in Bulgaria e Regno Unito, che potrebbe essere il presupposto per un’ipotetica attività di riciclaggio». Il 22 novembre 2011 la quarta informativa, con la quale Mendella sollecita «il pm affinché delegasse al suo gruppo l’esecuzione di indagini bancarie nei confronti» delle società dei Pizzicato, in modo da «tracciare i flussi finanziari sottostanti alle fittizie operazioni commerciali poste in essere». Il 17 febbraio 2012 Mendella «informa» il pm di avere «avviato un coordinamento investigativo con la polizia doganale, che aveva intrapreso ispezioni antifrode nei confronti delle medesime società» (mentre il 14 marzo Mendella «illustra al pm i primi esiti del coordinamento con le agenzie delle dogane di Linate e Napoli, che avevano fornito riscontro all’ipotesi investigativa rivelando come il sodalizio capeggiato dai Pizzicato - oltre a frodare lo Stato italiano evadendo le imposte per decine di milioni di euro – aveva collaudato la descritta pratica fraudolenta»). Con l’informativa del 5 aprile 2012, invece, vengono indicati i risultati delle «ulteriori attività d’indagine» e descritti «altri univoci elementi di prova». Le successive attività d’indagine portano la data del 12 e del 21 febbraio 2013. Contengono «tutti i rapporti intrattenuti con istituti di credito dai fratelli Pizzicato e dai loro sodali, nonché dalle numerose persone giuridiche da loro gestite e le risultanze degli accertamenti bancari». Inoltre c’è l’individuazione di «ben 70 utenze cellulari intestate ai Pizzicato ed ai loro collaboratori, onde consentire l’avvio di intercettazioni telefoniche» e la ricostruzione del «patrimonio e numerose imprese gestite dai Pizzicato nella provincia di Napoli».

 

L’INDAGINE PASSA ALLA POLIZIA VALUTARIA

Nel marzo del 2013 la procura ringrazia Mendella e i suoi uomini per la «preziosa collaborazione fin qui prestata» e affida le indagini al Nucleo speciale di polizia valutaria di Roma. Pochi giorni dopo, il 13 marzo 2013, Mendella invia un’informativa a chi gli è subentrato illustrando «analiticamente i risultati delle complesse indagini svolte sino a quel momento, allegandone la documentazione integrale». E il 15 maggio 2013 il colonnello trasmette al pm «la comunicazione di notizia di reato conclusiva (…) ribadendo la denuncia dei fratelli Pizzicato e di altre sei persone per associazione per delinquere e frodi tributarie» e proponendo al pm «il sequestro preventivo di beni nella disponibilità dei Pizzicato per valore equivalente all’imposta evasa (oltre 60 milioni di euro solo di iva)». Infine, il 13 giugno 2013, Mendella informa il pm della «conclusione dell’attività di verifica tributaria e della conseguente notifica dei processi verbali di costatazione ai Pizzicato ed ai loro sodali». A ciò si affiancano altre tre informative integrative di quanto già messo nero su bianco da Mendella. Non è tutto.

 

IL «RADIOMESSAGGIO» E LE ACCUSE AGLI IMPRENDITORI

A parte le 14 comunicazioni, in mano ai difensori del colonnello arrestato c’è anche un «radiomessaggio» (un sistema utilizzato dalla Finanza per inviare a tutti i suoi reparti in Italia informazioni di rilevanza nazionale) nel quale vengono specificati i risultati investigativi effettuati su alcune società dei due imprenditori. Si parla di «sodalizio criminoso posto in essere da diversi soggetti giuridici operanti sul territorio nazionale e internazionale»; di società che vengono sostituite da altre sempre allo scopo di emettere «fatture per operazioni inesistenti (…) finalizzate verosimilmente alla frode fiscale»; di «autorizzazione in deroga ai criteri ordinari di competenza per l’esecuzione di verifiche fiscali al fine di esercitare un’azione fiscale e penale completa ed omogenea» al fine di «smascherare in toto il piano delinquenziale rilevato, evidenziando oltre 500 milioni di euro inerenti fatture per operazioni inesistenti»; e infine di «accertamenti finalizzati alla prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario per scopo di riciclaggio».

 

LE PERQUISIZIONI NEGATE

Secondo quanto riportato ancora nella memoria difensiva, nel corso del suo interrogatorio, Mendella ha evidenziato come «denunciò i Pizzicato sin dal 2011 e chiese contestualmente di essere delegato ad effettuare perquisizioni ed accertamenti bancari», ma «la prima delega non gli è stata mai conferita, mentre solo un anno dopo il pm gli ha affidato le indagini bancarie». Inoltre, «senza avere ricevuto alcuna delega dal pm, Mendella intraprese d’iniziativa propria indagini di polizia giudiziaria, ordinando ai militari da lui comandati di assumere informazioni (…) giungendo ad identificare i Pizzicato quali vertici di una complessa organizzazione criminale che contrabbandava metalli non ferrosi in totale evasione di imposte e dazi, frodando lo Stato italiano per centinaia di milioni di euro».

 

IL MISTERO DELLE INFORMATIVE

I legali di Mendella sottolineano poi un’altra circostanza. Il 16 giugno 2014 depositano presso la procura una nota-istanza con la quale si chiedeva al pm di «depositare le 14 comunicazioni ricevute dal Mendella nel corso delle indagini a carico dei Pizzicato, rappresentando esplicitamente come l’omessa conoscenza di tali elementi "a favore" dell’indagato avesse indotto il gip» a negarne l’esistenza. «Il pm – aggiungono i difensori del colonnello - ha sostanzialmente respinto la richiesta, autorizzando semplicemente la sua segreteria a rilasciare un’attestazione che conferma il ricevimento delle 14 comunicazioni di notizie di reato ed informative a firma del Mendella». Ma «alla fine, la difesa è riuscita comunque ad ottenere tutte le note trasmesse dal colonnello al pm. E ciò è stato possibile solo grazie al fatto che, agli inizi di gennaio 2013, fu proprio il pubblico ministero a chiedere al Mendella di ritrasmettergli tali comunicazioni (che evidentemente erano andate stranamente smarrite) ed il colonnello fece effettuare la scansione di tutte le notizie di reato».

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