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Nevermind compie 30 anni, perché i Nirvana fanno ancora paura

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica. Nato in Puglia vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea a La Sapienza e la passione per il giornalismo mi hanno portato a Il Tempo

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Una sequenza di accordi distorti. Un urlo disperato. Una confessione. Un manifesto artistico. Il 24 settembre 1991 uscì «Nevermind», il secondo album dei Nirvana. Quello che avrebbe cambiato non solo la vita di tre ragazzi poco più che ventenni ma la parabola di un’intera generazione.

«Nevermind» ha stabilito un canone, ha definito il sound che ha influenzato il mainstream musicale degli anni ’90. Riduttivo, dunque, considerarlo solo l’album-manifesto del grunge. Nelle 12 canzoni di «Nevemind» (più la traccia-fantasma «Endless, nameless») si respira aria di rivoluzione e libertà. Proprio quella di cui aveva urgente bisogno il rock superstite alla fine degli anni ’80. Il reflusso dance e la plastica del pop da classifica avevano indebolito la sua carica dissacrante. Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl non ne erano ancora consapevoli ma stavano per riscrivere la storia della musica e del costume di fine millennio. Stavano per costruire un mito talmente ingombrante da rimanerne schiacciati loro per primi.

La registrazione di «Nevermind» occupò, con fasi alterne, circa un anno e mezzo: dall’inizio del 1990 fino all’estate ’91. In quei mesi tante cose cambiarono dentro e fuori la band. La batteria di Chad Channing (col quale avevano inciso il primo album «Bleach») non soddisfaceva le esigenze di Cobain e Novoselic che cercavano una sezione ritmica più energica e potente. La trovarono nelle bacchette di Dave Grohl che aveva già un passato con gli Scream. Grohl entrò nei Nirvana in pianta stabile, dando subito al trio la sua impronta. Ma non fu questa l’unica novità. I Nirvana cambiarono etichetta discografica passando dalla Sub Pop alla Geffen. Solo il produttore rimase lo stesso: Butch Vig.

Il primo singolo estratto dall’album fu l’iconica «Smells like teen spirit» che trainò le vendite fin dall’inizio. Tra la fine del ’91 e i primi mesi del ’92 «Nevermind» superò le più rosee previsioni di vendita ipotizzate dai manager della Geffen. L’11 gennaio ’92 accadde quello che sarebbe sembrato fantascienza: l’album balzò al primo posto della Billboard 200 scalzando dalla vetta «Dangerous» di Michael Jackson. Da quel momento nulla fu più come prima. Cobain divenne, suo malgrado, il portavoce del disagio, del malessere, della disperazione e delle speranze di una generazione intera. Un peso e una responsabilità che non avrebbe mai voluto e che finirono per annientarlo.

La gloria di «Nevermind» è legata anche alla sua celebre copertina che ritrae un neonato mentre fa il bagno nudo in piscina. La foto fu scattata da Kirk Weddle nel corso di uno shooting a cui parteciparono anche i tre Nirvana. In fase di post-produzione sullo scatto venne aggiunta l’immagine di una banconota da 1 dollaro agganciata ad un amo da pesca. Il neonato è Spencer Elden che, all’epoca, aveva solo 4 mesi ma che ora è diventato un intraprendente giovanotto. Talmente intraprendente da fare causa ai Nirvana superstiti chiedendo a ognuno di loro un risarcimento di 150mila dollari per quella copertina che, a suo dire, lo ritrarrebbe in un’immagine pedopornografica. E ha chiesto di eliminare le sue nudità anche dalla ristampa del disco in uscita il prossimo 12 novembre. Peccato che, solo qualche anno fa, lo stesso Elden dichiarò: «È sempre stata una cosa positiva, mi ha aperto tante porte». Mai come in questo caso copertina e dollaro furono più profetici.
 

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