Il lato oscuro delle Ong e il finanziamento al terrorismo. Sotto la lente 58 organizzazioni un giro di oltre 86 milioni di euro
Si tratta di enti che operano nelle aree critiche del Mediterraneo 97,6% 2,0% 4,4 e del Medio Oriente attenzionati sia per dove operano sia per i loro beneficiari. Attività classificate a rischio "elevato"
Oltre 86,6 milioni di euro. È la cifra gestita da 58 organizzazioni non governative operative nelle aree critiche del Mediterraneo e del Medio Oriente. L’Analisi nazionale dei rischi classifica questo perimetro a rischio specifico di finanziamento del terrorismo «rilevante».
Non sono fondi sospetti né somme attribuite ad attività terroristiche. I 58 enti sono stati selezionati per le aree e i beneficiari delle loro attività, non per la matrice confessionale. Ma il perimetro può comprendere anche organizzazioni di ispirazione religiosa. Il dato dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), compare nel rapporto del Comitato di sicurezza finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il non profit italiano viene invece classificato, in generale, a basso rischio. Ma l’attenzione riguarda zone dove guerra e gruppi armati rendono più difficile seguire il denaro fino al beneficiario finale.
Il documento, pubblicato nel 2024, riguarda prevalentemente il periodo 2019-2023 e sarebbe ancora l’ultima valutazione nazionale disponibile. Tuttavia, il rapporto pubblicato dal Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale, il Gafi, nell’aprile 2026 conferma le 58 organizzazioni e l’ammontare gestito. Il Gafi precisa che l’Aics sottopone gli enti del proprio elenco a verifiche triennali: controlla progetti, rendicontazione e spese, oltre ai riscontri sulle liste Onu, Gafi e Ue. Il Gafi, inoltre, ricostruisce anche quattro precedenti italiani che mostrano come i flussi attraversino più giurisdizioni.
L’operazione «Foreign Fighters», sviluppata tra il 2016 e il 2019, partì da una segnalazione collegata a una cellula di Al-Qaeda in Sardegna. Gli accertamenti raggiunsero circa trenta sospetti tra l’isola e il lago di Como. Comparivano concessionarie, trasferimenti verso la Siria e canali usati anche per il traffico di migranti. La cooperazione con Europol e le autorità svedesi portò a tre condanne definitive nel 2024. Una pena fu di otto anni. L’operazione «Dhanubian», invece, seguì l’attentato di Vienna del 2020. La Guardia di Finanza esaminò 140 rimesse di non residenti attraverso 17 agenzie di money transfer. Sette misure furono adottate per uso di documenti contraffatti. L’analisi finanziaria, però, non dimostrò il finanziamento del terrorismo. L’indicatore di rischio aveva aperto il controllo, non provato il reato. Il terzo caso riguarda una rete hawala esaminata dalla Corte d’appello di Brescia. Il 26 agosto 2016 furono trasferiti 200 mila euro attraverso un sistema che collegava Siria, Svezia e Italia. I destinatari comprendevano formazioni attive nell’area di Idlib e lungo il confine libanese, tra le quali Al-Nusra, poi Jabhat Fateh al-Sham, e fazioni dell’Esercito siriano libero. Un imputato fu condannato definitivamente nel 2021 a due anni e due mesi, con espulsione.
Il quarto precedente arriva dalla Corte d’assise d’appello di Lecce. Un imputato raccolse fondi per una moschea di Berlino usata da jihadisti diretti in Siria e rivendette due telefoni da 869 euro acquistati con credito fraudolento. Nel 2020 fu condannato a cinque anni per partecipazione allo Stato islamico e per avere fornito e raccolto fondi destinati ai viaggi verso la Siria.
Quei precedenti appartengono alla galassia jihadista sunnita. Il quadro attuale comprende però anche l’Iran.
Nel rapporto sul terrorismo nell’Unione europea pubblicato nel 2026, Europol riferisce che nel 2025 Teheran e i suoi proxy, inclusi Hezbollah e Hamas, hanno utilizzato il territorio europeo soprattutto per raccogliere fondi e fornire supporto logistico. Il dato è europeo. Non individua un canale italiano e non collega le 58 organizzazioni a quelle strutture.
Ma il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir, nella relazione approvata il 4 agosto 2026 registra il ritorno di attenzione verso una «minaccia sciita». Riguarda organizzazioni e persone direttamente o indirettamente legate al regime iraniano, anche se non vengono indicate associazioni italiane né connessioni con la platea dell’Analisi nazionale o con gli enti selezionati dalla Guardia di Finanza. Anche i fondi iraniani congelati in Italia impongono una distinzione. Al 31 dicembre 2025 l’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia, la Uif, registrava 101 rapporti o operazioni riguardanti venti soggetti, per oltre 62,7 milioni di euro, quasi 9,9 milioni di dollari e 37.593 franchi svizzeri. Sono sanzioni legate alla proliferazione nucleare, non prove di finanziamenti italiani a Hezbollah o Hamas. Ma il 19 febbraio 2026 l’Unione europea ha inserito il Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane nella lista terroristica.
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