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REPORTOPOLI Chiagni e fotti (e fattura). Dopo la nostra inchiesta esplode il caso Report
Gli inviati di Report annunciano la volontà di querelare Il Tempo. Il motivo? L’inchiesta del nostro giornale pubblicata ieri sui compensi faraonici e i costi elevati per i servizi del programma condotto da Sigfrido Ranucci, finito nella bufera nelle ultime settimane per l’attentato di fronte casa che aveva come mandante il suo grande amico Valter Lavitola. I suddetti giornalisti non ritengono che sia una notizia di interesse pubblico informare i lettori di queste spese che ogni anno la Rai deve affrontare e parlano di «cifre false sugli stipendi». Ma non si fermano qui. La volontà di imbavagliare Il Tempo, tramite querela, viene estesa a «tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate».
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Eppure, come vedremo, quelle cifre sono esatte, dalla prima all’ultima. In cosa consisterebbe la scorrettezza? Gli inviati di Report sostengono che «le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello prosmissione, autoproducono i propri servizi , pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta».
Quindi, aggiungono, «le somme pagate per i servizi giornalistici vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio».
Probabilmente, nessuno degli inviati di Report deve aver letto con attenzione l’articolo in questione e la relativa titolazione. Perché Il Tempo ha riportato esattamente ciò che loro sostengono sia assente. Nel nostro articolo, infatti, si poteva leggere: «Fonti qualificate Rai riferiscono che in tutti questi casi le somme vanno considerate lorde e comprensive di spese di produzione». Più chiaro di così.
Poco dopo è arrivato anche l’attacco anche di Ranucci, che rincara: «È grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico e su chi in Rai abbia fornito al Tempo tale documentazione sensibile». Non male, in pratica è la caccia ad una fonte da parte dei paladini del giornalismo d’inchiesta. Oltre a quel documento definito «strategico» e «interno» quando i costi di una tv pubblica sarebbe presumibile il massimo della trasparenza.
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Conviene ricordare, allora, che nelle tre edizioni dal ’22-’23,’23-’24 e’24-’25 di Report sono stati spesi rispettivamente 2,2 milioni, 2,5 e 2,9 milioni di euro per stipendi e costi di produzione delle inchieste dei trenta inviati. In cima alla "classifica" c’è Giorgio Mottola: 230mila euro nel 2023, 269mila nel 2024 e 303.052 euro nel 2026. Un altro esempio? Alla voce relativa a Giulia Innocenzi leggiamo la cifra di 228mila euro nel 2025. Compensi elevati, anche considerando quelle «spese vive» necessarie a portare a termine le inchieste. Basti considerare che Sergio Mattarella, percepisce un compenso annuo di 179.835,84 euro. Cifra che il capo dello Stato si è volontariamente abbassato di 60mila euro quattro anni fa.
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