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Covid, il documento "esplosivo" di Conte in realtà era caricato a salve

Alessio Buzzelli
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 Doveva essere un colpo di scena, almeno nelle intenzioni, in grado di fornire un solido sostegno alle tesi che l’ex premier Giuseppe Conte stava in quel momento sostenendo davanti alla commissione Covid.

Ma quelle rivelazioni, che promettevano essere "esplosive", sono state presto smentite, rivelandosi munizioni a salve. Stiamo parlano del contenzioso tra lo Stato e la società Jc Electronics - nei confronti della quale il primo è stato condannato ad un risarcimento milionario per una fornitura di mascherine risalente al marzo 2020 - e del documento, fornitogli da fonte anonima, citato da Conte in audizione il 6 agosto scorso, in precedenza depositato da leader del M5S anche in Procura. Un documento di 10 pagine che riporterebbe il verbale di una riunione riservata tra militari, struttura commissariale e Agenzia delle Dogane, nel quale si solleva il sospetto che le mascherine della Jc Electronics non fossero quelle dichiarate nelle descrizioni riportate sulle bolle di accompagnamento.

 

Ebbene, a smentire la ricostruzione dell'ex premier c'è una nota della stessa Jc Electronics, che isce, sostenuta da ben 16 legati documentali, l'intera enda. A partire dalla questione sollevata in audizio- ovvero la presunta non con- le mascherine forni- dalla cietà. Quella docue, infatti, non era inedita me sostenuto, ma era già stata utilizzata, ad esempio, davanti alla Corte di Giustizia Trubutaria del Lazio nel giugno 2024 da Adm a sostegno delle proprie difese nel contenzioso con la Jc. Inoltre, si legge, lo stesso Tribunale di Roma il 21 luglio 2025 ha poi rigettato la querela di falso sulla certificazione delle mascherine fornite dalla società proposta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero della Salute. In quella sentenza si è infatti stabilito nero su bianco chela conformità dei dispositivi era stata attestata sia dall’Inail che da una perizia tecnica svolta da Adm su richiesta della Struttura commissariale. Ancora, la ricostruzione fornita dalla società evidenzia come gli esami di laboratorio richiesti dalla Struttura e svolti dall’Agenzia abbiano «dato esito favorevole», dichiarando le «mascherine conformi ai requisiti della norma UNI EN 149:2009».

Esami che insomma avrebbero dato ragione alla posizione della Jc Electronics. Aggiungendo poi che, però, quelle certificazioni non sarebbero «mai state consegnate alla società da nessuna amministrazione», benché fossero «state richieste» e nonostante «la società ne avesse interesse in tutti i giudizi». Ma le smentite non si fermano qui, confutando anche la tesi secondo cui i pagamenti in favore della società sarebbero stati emessi in «tutta fretta». Tra la sottoscrizione dell’atto transattivo di risarcimento da 100 milioni del 31 ottobre e il pagamento, infatti, sarebbero passati 5 mesi, durante i quali sono stati svolti «tutti i controlli previsti dalla legge». Con tanto di «controllo dell’Ufficio centrale di Bilancio» e quello di «legittimità» della Corte dei Conti». Un atto che, va ricordato, ha permesso di far risparmiare oltre 170 milioni sulla somma totale stabilita dalla condanna di primo grado.

 

Una scelta, questa, comunque criticata da Conte e dalle opposizioni con argomenti difficilmente sostenibili. La sinistra ha parlato di «regalo» ad una società privata, ma la verità è, di nuovo, un’altra. Ricorrere in appello, per lo Stato, sarebbe stato assai rischioso: non solo perché la sentenza di primo grado era già esecutiva, ma anche perché la richiesta complessiva di risarcimento della Jc superava i 460 milioni di euro. La transazione ha evitato un rischio processuale altissimo, che con buone probabilità avrebbe potuto portare ad un esborso molto superiore ai 100 milioni pattuiti. 

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