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Mafia e appalti, e se "l'agenda rossa" fosse rimasta (e sparita) nell'ufficio di Borsellino?

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L'ipotesi: aver cercato uno dei simboli più potenti dei misteri di via D'Amelio nel posto sbagliato. La mail del Pm Pilato allo scrittore Ceruso solleva ulteriori dubbi

Angelo Jannone
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 E se per oltre trent’anni avessimo cercato l’agenda rossa di Paolo Borsellino nel posto sbagliato? E se uno dei simboli più potenti dei misteri di via D’Amelio non fosse scomparso, almeno non immediatamente, tra le lamiere e il caos del luogo della strage? E se qualche manina “deviata” avesse agito altrove?

Sono domande, non una conclusioni. Ma che oggi possono essere poste sulla base di elementi che meritano di essere ricostruiti dall’inizio.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino non nasce come un oggetto misterioso. Era una delle agende che l’Arma dei Carabinieri distribuiva annualmente e che venivano donate anche a magistrati e altre personalità. Borsellino ne aveva ricevute diverse negli anni. Quella del 1992 aveva però assunto un’importanza particolare: dopo la morte di Giovanni Falcone il magistrato aveva cominciato ad annotarvi riflessioni, incontri e informazioni che riteneva evidentemente rilevanti.

 

Che quell’agenda esistesse è fuori discussione. Lo hanno raccontato la moglie Agnese, la figlia Lucia e il maresciallo Carmelo Canale, per citarne alcuni. E Lucia Borsellino ha fornito molti anni dopo un particolare importante: la mattina del 19 luglio vide l’agenda rossa sulla scrivania del padre e lo vide preparare la borsa prima di uscire. Quando Paolo Borsellino lasciò casa, la scrivania era completamente sgombra. Nel 2018 Lucia ribadì di essere certa che il padre avesse messo nella borsa sia l’agenda marrone, sia quella rossa. Una ricostruzione alla quale le sentenze Borsellino Quater e sul Depistaggio, hanno attribuito particolare attendibilità.

 

Da qui nasce quella che negli anni è diventata quasi una verità acquisita: l’agenda arrivò in via D’Amelio dentro la borsa e qualcuno, dopo l’esplosione, l’aveva sottratta.
Ma chi? Dove? Per anni l’attenzione si era concentrata sul capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, comandante all’epoca della sezione omicidi di Palermo, immortalato mentre si allontanava dall’epicentro della strage con la borsa di Borsellino. Per l’ufficiale si aprì un lungo calvario, ma alla fine l’ipotesi accusatoria non superò il vaglio giudiziario. Arcangioli fu prosciolto. Il proscioglimento confermato dalla Cassazione. Rimaneva così intatto il paradigma: l’agenda era nella borsa, la borsa era in via D’Amelio, dunque l’agenda doveva essere stata sottratta in via D’Amelio. Un ragionamento apparentemente ineccepibile, che tuttavia contiene un passaggio mai provato: la sottrazione dell’agenda dal luogo dell’attentato.

Eppure per oltre trent’anni la sua scomparsa è diventata un simbolo. Salvatore Borsellino ha fatto del ruolo di fratello del magistrato assassinato una missione pubblica permanente. Possiamo dire che da anni esercita la “professione di fratello”: presenzia, accusa, denuncia, indica responsabilità e silenzi. Alla guida di un movimento, da lui fondato, quello delle agende rosse, che possiede un’indubbia capacità di mobilitazione e una altrettanto evidente forza politica e mediatica in grado di esercitare, di fatto, una pressione diretta o indiretta, sui numerosi processi legati alla stagione delle stragi.

Ma a sollevare un problema investigativo tutt’altro che secondario è stato anche Giuseppe Ayala, il PM del primo maxi processo, poi Senatore, pur nelle sue variegate versioni su cosa avesse fatto nel luogo della strage.

Se qualcuno scelse proprio quell’agenda tra gli oggetti contenuti nella borsa, osservò in sostanza l’ex magistrato, non poteva averlo fatto semplicemente perché era rossa. Doveva conoscerne o verificarne il contenuto. Bisognava aprirla, leggerla almeno in parte, comprendere la delicatezza di ciò che vi era scritto e decidere di farla sparire. Era davvero possibile compiere un’operazione del genere nel caos di via D’Amelio, davanti a decine di poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, magistrati e soccorritori? Lui stesso, tentando di ricostruire i suoi ricordi, alle domande del PM Di Matteo e della d.ssa Palma a Caltanissetta, dirà che gli era stata consegnata da un uomo in uniforme la valigetta di Borsellino, prelevata nell’auto in fumo e che, senza controllarne il contenuto, aveva invitato l’agente o il carabiniere, a consegnarla ai magistrati che sarebbero intervenuti.

 

Ma le domande di Ayala acquistano oggi un significato ancora diverso. Perché esiste una testimonianza rimasta sostanzialmente fuori dalla grande narrazione pubblica sull’agenda rossa. Ed è quella di Salvatore Pilato, il magistrato di turno della Procura di Palermo il 19 luglio 1992.

A raccoglierla, oltre trent’anni dopo, era stato Vincenzo Ceruso nel suo libro La strage. L'agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D'Amelio. (Newton Compton). Ceruso aveva chiesto via mail a Pilato quali atti urgenti avesse compiuto quel pomeriggio. La risposta scritta del magistrato è sorprendente. Pilato racconta dei tentativi di perimetrare il luogo dell’esplosione, dei rilievi e poi aggiunge che furono apposti i sigilli alla stanza d’ufficio di Paolo Borsellino «...dove era collocata un’agenda rossa che nella fase iniziale delle indagini è stata ritenuta l’agenda contenente gli appunti personali di natura riservata». Non una frase equivocabile. Ma poi Ceruso incontrerà Pilato. E la versione sarà diversa. Pilato dirà di essere stato informato il giorno 20, in ufficio che un’ agenda rossa era presente anche nell’ufficio di Borsellino quando erano stati apposti i sigilli. Ma poi non si sarebbe più interessato della faccenda finché non aveva letto su un quotidiano che alla signora Agnese era stata mostrata un’agenda rossa e avrebbe negato che quella fosse l’agenda appartenuta al marito. Vero? No.

Mai nessuna agenda è stata mostrata ad Agnese Borsellino né ad altri familiari. Cattivi ricordi del magistrato? E da chi erano stati apposti questi Sigilli? E sulla base di cosa nella mail aveva parlato proprio di un’ agenda contenente gli appunti personali, se questa cautela di Borsellino era nota a pochi?

E che fine aveva fatto il Pm di turno? Pilato racconterà a Ceruso di essere stato autorizzato dal Procuratore ad allontanarsi dal luogo della strage quella sera del 19, per tornare a casa. Qualche dubbio è legittimo: di fronte ad una delle stragi più gravi della nostra storia, il magistrato competente per gli atti urgenti, se ne sarebbe tornato a casa. Possibile?

La precisazione ridimensiona una certezza, ma apre un mistero forse ancora maggiore. Chi riferì a Pilato che nell’ufficio di Borsellino c’era un’agenda rossa? Chi l’aveva vista? Quando? Prima o dopo l’apposizione dei sigilli? E soprattutto: di quale agenda si trattava? Ed i verbali di questi atti urgenti dove sono? La domanda, allora, non è più soltanto quella ripetuta per trent’anni: chi rubò l’agenda di Paolo Borsellino in via D’Amelio? Ma ce n’è un’altra: siamo sicuri che sia scomparsa lì? E chi pretende verità non dovrebbe temere domande nuove, anche quando incrinano narrazioni consolidate.

L’agenda alzata nelle piazze è diventata molto più di un oggetto scomparso. È diventata il simbolo dello Stato che avrebbe sottratto la verità a Paolo Borsellino sulla morte di Giovanni Falcone, e poi nascosto quella verità agli italiani. E saremmo tutti d’accordo con il movimento se non fosse che il movimento ha sposato alcune tesi e teoremi, anziché la pura e sola ricerca della verità, qualunque essa sia.

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