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Domani è il giorno di Conte. Ma prima le dimissioni

Il leader M5S non ha ancora lasciato la carica di commissario. Giovedì toccherà a Loredana Frasca, ricercatrice dell'Iss

Edorardo Romagnoli
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Domani dovrebbe essere il giorno dell’audizione di Giuseppe Conte in Commissione Covid. Scriviamo dovrebbe perché non c’è ancora la certezza che i lavori d’aula permettano di poter svolgere l’audizione e soprattutto perché Conte ancora non si è dimesso da membro della commissione. Sarà uno dei passaggi più attesi per la commissione impegnata da mesi a ricostruire responsabilità, scelte e procedure che hanno segnato la vita del Paese tra il 2020 e il 2022. Soprattutto dopo l’audizione dell’ex sottosegretario Riccardo Fraccaro e l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri.


Il primo ha negato di aver mai informato Conte dell’allarme lanciato dall’ex funzionario delle Dogane Miguel Martina sulle ormai stranote mascherine cinesi che, a sua detta, non erano conformi agli standard. Il secondo ha reso una audizione di sette ore in cui ha snocciolato 314 pagine di una relazione che ripercorreva gli anni in cui si trovò a gestire il comitato tecnico scientifico; con tanto di citazioni dotte. Mancava solo una cosa in zione così ricca di dettagli: le domande dei com- aggioranza e oppo- nno chiesto al presi- i di provare a inca- a ulteriore seduta, prima la pausa estiva, in cui poter orre i propri quesiti all’ex commissario. Dando però la precedenza all’audizione dell’ex premier Giuseppe Conte. Il leader M5S dovrà rispondere soprattutto della gestione politica di quell’emergenza. Al centro dell’indagine della commissione c’è, fra le altre cose, la decisione di estendere il lockdown all’intero territorio nazionale. Nonostante, secondo le acquisizioni documentali della commissione, diversi esperti avessero suggerito di intervenire in maniera circoscritta nelle aree maggiormente colpite dal contagio. È importante capire la genesi di quella decisione perché le conseguenze di quella chiusura generalizzata hanno messo in crisi interi comparti produttivi.


Non solo. La commissione vuole anche confrontarsi con Conte per capire il motivo per cui venne deciso il protocollo sanitario chiamato «tachipirina e vigile attesa» visto che, sempre nel corso delle audizioni, diversi medici e ricercatori hanno espresso forti perplessità sostenendo che con quell’approccio si sia perso tempo prezioso peggiorando la condizione dei pazienti. Ultimo aspetto. Durante le audizioni di Fraccaro e di Arcuri sono già emerse delle discrepanze nei racconti. Un esempio? Arcuri ha descritto una situazione allarmante quando prese l’incarico di commissario straordinario: «Eravamo in guerra disarmati» ha sostenuto davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. Eppure Conte in una intervista del 27 gennaio 2020 sosteneva che il Paese fosse «prontissimo» ad affrontare l’emergenza; nonostante un protocollo sanitario non aggiornato.


Quindi eravamo pronti o eravamo disarmati? Intendiamoci è solo un aspetto marginale rispetto ai temi di cui si dibatte, ma neanche troppo. Mi spiego. PerArcuri quell’«essere disarmati» è uno dei motivi per cui andarono a prendere le mascherine in Cina con tutto ciò che ne è comportato in seguito. In quell’essere disarmati c’è una Protezione civile e una Consip che non riuscivano ad acquistare mascherine. C’è una concorrenza a tratti sleale da parte di altri Paesi Ue che acquistavano mascherine in contanti ovunque se ne presentasse l’occasione. Insomma è uno dei capisaldi della sua difesa.
Se invece eravamo prontissimi la storia cambia. Domani ne sapremo qualcosa di più.
 

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