Il Palio del Monte: quella (sciagurata) operazione Antonveneta tra tanta fretta e qualche Ponzio Pilato
Il Palio del Monte. Quest’estate il vero Palio non si correrà in Piazza del Campo il 16 agosto. Si corre già adesso, intorno al Monte dei Paschi di Siena, con Bpm pronta a scendere in campo contro IntesaSanpaolo di Carlo Messina, il vero mossiere dei banchieri italiani. In palio non c’è soltanto una banca. C’è un pezzo della storia economica italiana.
Fondata nel 1472, Mps è la banca più antica del mondo. In oltre cinque secoli, ha attraversato guerre, crisi e cambi di regime. Ma la scossa che ancora oggi ne attraversa le fondamenta ha un nome preciso: Antonveneta.
Per anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sui suoi fantini. Giuseppe Mussari e Antonio Vigni sono diventati i volti di una stagione raccontata come la più grande tragedia bancaria italiana: Alexandria, Santorini, Nomura, il Mandate Agreement, inchieste che hanno occupato i titoli dei quotidiani per mesi. Col tempo, però, le sentenze giudiziarie hanno ridimensionato molte delle accuse iniziali, imponendo una rilettura di quella stagione.
La domanda decisiva, però, non riguarda i fantini. Riguarda chi preparò la corsa. Perché una banca territoriale, controllata da una fondazione espressione della propria città, finì al centro della più grande partita bancaria europea?
Per comprenderlo bisogna tornare all’estate del 2007, quando la battaglia per Abn Amro coinvolse Royal Bank of Scotland, Fortis e Banco Santander in un’operazione destinata a ridisegnare gli equilibri del credito continentale. Antonveneta, entrata nell’orbita di Santander, divenne improvvisamente il tassello destinato a Siena. La banca spagnola partecipò all’acquisto e allo smembramento di Abn Amro, rivendendo Antonveneta al Monte solo sei mesi dopo e realizzando una consistente plusvalenza. Tutto legittimo, ça va sans dire. Ma proprio l’estrema velocità della sequenza rende quell’operazione una delle più discusse della storia bancaria europea.
In Piazza del Campo direbbero che qualcuno aveva preso la rincorsa molto prima degli altri.
Con il passare degli anni, il dibattito si è spostato su un interrogativo più ampio: non solo perché il Monte avesse accettato quel prezzo, ma quale fosse stato il ruolo della Vigilanza nell’autorizzare un’operazione di tale portata. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, il capo della Vigilanza di Banca d’Italia dell’epoca, Carmelo Barbagallo, ricostruì dettagliatamente la cronologia delle verifiche e delle autorizzazioni.
Da allora, il punto non è più stato soltanto quanto Mps avesse pagato Antonveneta, ma in quale contesto finanziario e regolamentare quella decisione fosse maturata.
Antonveneta fu acquisita da Mps senza una preventiva due diligence: non fu un caso che le sofferenze di Mps raddoppiarono e che il salvataggio della banca poi costò, negli anni, almeno 20 miliardi di euro ai cittadini italiani.
A quella corsa parteciparono, direttamente o indirettamente, alcuni protagonisti della finanza internazionale destinati a segnare i due decenni successivi: Mario Draghi era governatore della Banca d’Italia e aveva raccolto il testimone da Antonio Fazio, dopo una stagione che aveva diviso il Paese sul ruolo della Vigilanza e sul rapporto fra mercato, banche e interesse nazionale.
Anna Maria Tarantola era preposta alla Vigilanza creditizia e finanziaria di Palazzo Koch. Andrea Orcel, allora ai vertici di Merrill Lynch, seguiva alcune delle principali operazioni che stavano ridisegnando il credito europeo. La sua posizione avrebbe poi alimentato numerose riflessioni, poiché Merrill Lynch partecipò sia all’operazione che portò allo smembramento di Abn Amro sia alla successiva cessione di Antonveneta al Monte dei Paschi. Così, mentre Santander consolidava la propria posizione internazionale, Royal Bank of Scotland inseguiva il sogno di diventare il più grande gruppo bancario europeo e Fortis partecipava a una corsa che, di lì a poco, sarebbe stata travolta dalla crisi finanziaria globale.
Guardata oggi, quella fotografia assomiglia più a una riunione di contradaioli prima della mossa che a una complessa operazione di mercato. Poi arrivò il 2008, il crac di Lehman Brothers e il mondo cambiò. E, con esso, anche il destino del Monte. La narrazione ricorda quasi esclusivamente il prezzo pagato per Antonveneta, come se quella cifra esaurisse ogni spiegazione. In realtà quel prezzo fu soltanto il punto di caduta di una partita molto più ampia, nella quale si incrociavano la grande finanza internazionale, le autorità di vigilanza, gli advisor, le fondazioni bancarie e gli equilibri politici di un Paese che stava entrando nella più grave crisi economica del Dopoguerra.
Non fu soltanto il Monte a perdere la corsa. L’acquisizione di Abn Amro si rivelò uno dei più clamorosi errori strategici della finanza europea: Royal Bank of Scotland dovette essere salvata e nazionalizzata, Fortis fu smembrata con l’intervento degli Stati del Benelux. Solo Santander riuscì a uscire indenne dalla Piazza, godendo della plusvalenza derivante dalla rapidissima cessione di Antonveneta.
Quando, nel 2012, Banca d’Italia impose una discontinuità manageriale, uscirono di scena Giuseppe Mussari e Antonio Vigni e giunsero Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Profumo non era un banchiere qualsiasi. Era il manager legato al Pd con lo sguardo verso Mosca che aveva guidato UniCredit nella sua espansione internazionale, aveva attraversato l’inquietante vicenda degli investitori libici nel capitale del gruppo e, proprio in quegli anni, sedeva anche nel consiglio di sorveglianza della russa Sberbank, oltre a ricoprire incarichi internazionali in Itaú Unibanco. Nessun elemento, di per sé, censurabile.
Nondimeno la domanda politica restava: era la figura chiamata semplicemente a risanare una banca locale oppure il Monte era ormai diventato il terreno di gioco di interessi che superavano ampiamente i confini di Siena?
Furono gli anni dell’esposto sul Mandate Agreement, della devastazione reputazionale, della fuga dei depositi, dell’intervento pubblico, dell’esplosione dei crediti deteriorati, della morte di David Rossi. Una lunga stagione nella quale il dibattito politico sembrò spesso limitarsi alla ricerca di responsabilità individuali.
La ricostruzione fornita da Barbagallo alla Commissione parlamentare e le successive pronunce giudiziarie hanno rafforzato una convinzione: la storia del Monte non può essere letta soltanto attraverso il prisma delle responsabilità degli amministratori, ma va inserita nella più ampia trasformazione del sistema bancario italiano ed europeo e nella progressiva distanza tra i luoghi formali della vigilanza e i luoghi effettivi del potere finanziario.
Molti dei protagonisti di allora hanno continuato a occupare posizioni di primissimo piano. Draghi è diventato presidente della Banca centrale europea e poi presidente del Consiglio. Orcel guida oggi UniCredit. Profumo ha ricoperto altri importanti incarichi industriali. Tarantola è stata presidente della Rai. Santander è rimasta uno dei grandi protagonisti della finanza globale. Royal Bank of Scotland e Fortis hanno invece pagato duramente la crisi internazionale. Mps è rimasto per anni il simbolo di una sconfitta nazionale.
Ma il destino, come il Palio, è beffardo. E così, la banca che sembrava destinata a sopravvivere soltanto grazie alla bombola di ossigeno dello Stato torna oggi protagonista del grande risiko bancario.
E quando i fantini sono già a cavallo, la corsa cambia protagonisti. Entra in Piazza Nicoletta Fabio, sindaco di centrodestra di Siena, che alzando il drappo della sua città, chiede pubblicamente sostegno a Giorgia Meloni e al suo fido scudiero Giancarlo Giorgetti.
Alla Fabio si aggiunge Eugenio Giani. Il dinamico presidente della Regione Toscana, con accanto il suo sottosegretario Bernard Dika, un «Gianni Letta in miniatura»,che ha chiesto al Governo di fermare la vendita dell’ultima quota pubblica del Monte, il 4,863% ancora detenuta dal MEF.
Perché a Siena lo sanno bene: il Palio non lo vince chi tira meglio le redini, ma chi ha scelto meglio il cavallo. E oggi, a Piazza del Campo come a Palazzo Chigi, la domanda non è più chi correrà. È di chi sarà il cavallo e che lingua parlerà il fantino. Speriamo non il francese.
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